czwartek, 21 września 2017

VERSO L’ORIZZONTE - SCENDENDO VERSO LA VALLE



Andrzej Juliusz Sarwa

VERSO L’ORIZZONTE (5)

racconti straordinari

tradotte da Marco Valenti


SCENDENDO VERSO LA VALLE

In memoria di mia moglie Elżbieta

 Anima mia, perché ti abbatti, e perché ti commovi in me?
Sal. XLII, 6

Una sera grigia e tetra di novembre del 2012, l’aria satura di una sospensione di goccioline microscopiche né di pioggia né di nebbia, il giorno che cedeva rapidamente il passo a una notte nera come la pece.

Ero seduto sulla sedia davanti al computer, tremendamente stanco, senza pensare a nulla fissavo la finestra, la tenda scostata a metà, sui vetri il riflesso del bagliore della lampada situata al centro della scrivania, proprio sopra alla tastiera. Avevo già spento il lampadario, la stanza era avvolta nella penombra.

Ne avevo abbastanza. Avevo passato l’intera giornata al computer. Diciotto ore. Mi sentivo come il guscio di un mitilo dal quale era stato succhiato via tutto il contenuto. Sorrisi tra me e me, notando l’assurdità di quel paragone. Come si possono attribuire dei sentimenti a un guscio? Tuttavia, mi sentivo proprio vuoto dentro, senza forze. La spina dorsale mi doleva sempre di più. Tutta. A partire dal collo, attraverso le spalle, fino ai fianchi. Un dolore fastidioso, diffuso, a tratti penetrante, mi tormentava. E inoltre, sempre più spesso, quel dolore nel petto… Un dolore che mi paralizzava, mi toglieva il respiro… Non so se provenisse dal cuore, dalla spina dorsale, o da chissà dove. I medici si dichiaravano impotenti. In realtà, non so nemmeno se ascoltassero ciò che avevo da dir loro.

Sospirai pesantemente e guardai il barattolo di ketoprofene, ormai quasi vuoto. Ne facevo uso molto raramente, questa volta, però, ammisi che senza quel forte antidolorifico la notte non sarei stato in grado di chiudere occhio. Estrassi il tappo di plastica e versai sulla mano le ultime tre pillole blu. Ne misi una in bocca e la mandai giù senza acqua, poi rimisi le altre due nel vasetto.

Ingobbito, mi trascinai verso la cucina, aprii il frigorifero e cercai con lo sguardo la bottiglia d’acqua gassata che vi avevo riposto affinché si rinfrescasse per bene. Era lì. Molto fredda. Proprio come mi piaceva, anche se raramente la bevevo così fredda. Riempii un bicchiere fino all’orlo e bevvi tutto d’un fiato. Il freddo mi penetrò nei denti, nella gola, nell’esofago.

Nella stanzetta accanto mia moglie era ancora seduta al computer. Stava facendo dei conti.

– Ela – dissi. – Lascia stare, dai. Guarda com’è tardi. Non affaticarti troppo. Io ne ho abbastanza. Vado a letto, riposati anche tu, finalmente. Anche tu lavori come una matta fino all’alba.

– Va bene. Finisco ancora quest’ultimo conto – rispose.

– Non puoi farlo domani?

– No, non posso, altrimenti perdo il filo. Finisco davvero tra un attimo. Vai a dormire.

– Buonanotte, allora.

Mi feci rapidamente la doccia, poi, sdraiato tra le lenzuola, fissai  l’oscurità per qualche momento. Da oltre la parete continuavo a sentire il rumore delle dita che battevano sulla tastiera. Finalmente chiusi gli occhi. Riuscii ancora a sentire il gatto che saltava sul letto e si accoccolava alle mie gambe…

* * *

Attraverso i vari strati del sonno giunse alla mia coscienza una voce maschile, aveva un timbro strano e ripeteva in continuazione quest’unica frase:

– Lei morirà presto, resterai da solo e allora ti farò vedere io!

Mi sedetti bruscamente sul letto, convinto che si fosse trattato di un incubo. Ma no, era troppo reale per essere un sogno qualsiasi. Mi stropicciai gli occhi, guardandomi intorno spaventato. Da oltre la finestra giungeva la debole luce giallognola del lampione stradale e illuminava l’intera stanza. Nella stanza non vidi alcun estraneo. Tuttavia, ero così scosso per via di ciò che avevo sentito, che non mi coricai più e mi sedetti nel tentativo di tranquillizzarmi.

“Lei morirà presto, resterai da solo e allora ti farò vedere io!”, quella frase continuava a rimbombarmi nelle orecchie. Con l’accento su “morirà” e “resterai da solo”… Respirai profondamente per qualche momento per calmarmi. E alla fine mi convinsi di aver sentito per davvero quelle parole che portavano con sé un terribile presagio e una minaccia. Provai un forte brivido… Compresi che doveva trattarsi della voce di uno spirito malvagio che mi annunciava la morte di mia moglie. Sì, senza alcun dubbio il diavolo stava cercando di minacciarmi. Alla fine, però, non presi sul serio le sue parole.

– Bugiardo – pensai.

Accesi la lampada da notte, consapevole del fatto che, ormai, non mi sarei più riaddormentato. Accesi il computer e, quando lo schermo si illuminò di blu, controllai l’ora e la data sulla barra nella parte inferiore del monitor: 3 novembre, due minuti dopo le tre. Quella notte l’alba era ancora lontana. Mi concentrai su ciò che avevo sentito… E se, invece, fosse tutto vero?… Ela non godeva di ottima salute. Problemi alla tiroide, ipertensione, problemi agli occhi. Qualche tempo fa era stata colpita da un ictus, dal quale, grazie a Dio, era uscita illesa… Adesso, però, sembrava che stesse bene e nulla lasciava presagire che la situazione fosse così grave o che soffrisse di una malattia letale… Lavorava… molto… non si risparmiava affatto… così come aveva fatto per tutta la vita…

– Bugiardo. Vuoi solo spaventarmi – pensai di nuovo.

Mi trascinai in bagno, mi feci una doccia fredda che mi rianimò, quasi come se avesse lavato via l’ultimo residuo di paura; tuttavia, continuavo a sentirne il retrogusto amaro da qualche parte nella gola e nel petto, sotto al cuore…

Misi il bollitore sul fuoco. Quando fischiò, preparai il caffè e mi recai nella mia stanza. Bevvi rapidamente due sorsi bollenti, scottandomi le labbra. Mi sistemai una volta per tutte davanti al computer. Controllai la posta. Risposi alle e-mail. La solita routine. Dopo qualche minuto mi misi a lavoro.

Volevo finire di lavorare su quel libro il prima possibile. L’argomento era pesante. Oscuro, soffocante: la possessione diabolica… Comprendevo perfettamente il motivo per cui il diavolo desiderasse intimidirmi in quel modo… Con quel libro avrei potuto sferrargli un potente colpo, avrei potuto sottrargli qualche anima su cui aveva già deciso di posare i propri artigli e che aveva inserito nelle proprie macchinazioni, e ciò rappresentava un affronto imperdonabile. Io, ormai, appartenevo già a lui, ma forse per causa mia, o grazie a me, il numero delle sue vittime sarebbe stato minore?

Io e mia moglie ci eravamo ormai abituati a tutti quei cigolii, alle ombre che scivolavano nella stanza appena visibili con la coda dell’occhio, a quegli strani schianti, alle scie di fetore orripilante e agli improvvisi spifferi di gelo. Ci eravamo abituati anche ai tentativi di spaventare i nostri animali domestici, soprattutto il gatto Włóczek [“il Vagabondo”]. Dal momento che tutto ciò non sortiva su di noi alcun effetto, il Maligno aveva deciso di tirar fuori l’artiglieria pesante…

Dopo aver pubblicato l’Intrappolato, probabilmente, da me non mi sarei deciso a scriverne il secondo volume. Marta, però, la responsabile della pubblicazione, autoritaria e sorda di fronte a qualsiasi forma di resistenza, era rimasta estasiata davanti al primo libro e mi aveva praticamente costretto a scriverne il seguito. E nell’aria c’era anche la terza parte. O, almeno, questo era quanto era venuto fuori dal mio “lavoro” fino a quel momento.

In realtà, avevo già terminato la seconda parte verso la fine di ottobre, adesso stavo aggiungendo soltanto delle lievi modifiche e stavo riformulando alcuni passi. Si trattava più che altro di questioni estetiche. Ma portavano via un mucchio di tempo.

Sospirai di nuovo profondamente e iniziai il lavoro mattutino dalla lettura di ciò che avevo modificato la sera prima, cercando ancora eventuali errori e apportando le modifiche necessarie. Quel lavoro non mi piaceva affatto. Era un lavoro peggiore e più noioso dell’assemblaggio di penne a domicilio…

Finalmente riuscii definitivamente a rendere il testo scorrevole, presi a rileggere il tutto ancora una volta per riprendere il filo e, una volta che ebbi finito, mi piegai all’indietro per sgranchirmi le ossa. Poi mi alzai dalla sedi e feci un profondo inchino, fino a sentire una serie di scricchiolii nelle giunture della spina dorsale che si scioglievano.

Dalla cucina iniziarono ad arrivare i suoni del viavai. Ela si stava preparando una colazione frugale. Io non avevo ancora voglia di mangiare. Tuttavia, entrai in cucina e, passando accanto a mia moglie, sfiorai la sua guancia con le labbra.

– Ciao!

Mi misi a preparare una seconda tazza di caffè.

– Ciao! Non hai dormito di nuovo? – chiese Ela.

– Ho dormito. Fino alle tre. Ho avuto un incubo e mi sono risvegliato.

– Cosa hai sognato?

– Un incubo e basta. Non ricordo più – mentii e, allo stesso tempo, sbirciai verso il viso di Ela, quasi come alla ricerca di qualche particolare sintomo di malattia. Ma aveva un buon aspetto. Particolarmente buono. E, inoltre, era di ottimo umore. Cosa che capitava di rado.

– Non bere così tanto caffè! Non esagerare. Vuoi ammalarti ancora di più?

– Ma dai. Ho già fatto in tempo ad affaticarmi e non mi sento molto cosciente. Ma che ore sono?

– Le sei.

– Ecco, vedi? Ho già tre ore di lavoro alle mie spalle.

Lei non disse più nulla, fece soltanto spallucce.

* * *

Domenica 11 novembre era bel tempo, niente pioggia, niente nebbia, niente vento. Era una giornata soleggiata, ma iniziava già a fare freddo.

– E se oggi andassimo a san Giacomo per le 9:15? – chiese Elżbieta.

– Va bene. Ma potremmo andare anche da qualche parte più vicino…

– Andiamo! Passiamo per Podwale, prendiamo la scorciatoia.

Sapevo che amava passeggiare di lì, cosa che io, d’altro canto, detestavo.

Indossò un soprabito nero, un paio di stivali, dei guanti di pelle, ma in testa non aveva nulla.

– Mi tormenti perché non mi prendo cura di me stesso, e tu, invece, esci con la testa scoperta quanto fa freddo. Vuoi ammalarti per forza?

– Non esagerare. Non mi succederà nulla. Al sole fa caldo.

– Infatti… al sole – borbottai.

Dal momento che eravamo usciti molto in anticipo, ci incamminammo verso la chiesa senza fretta. Dopo aver superato la passeggiata di Podwale Dolne, ci addentrammo in una gola non troppo profonda che si inerpicava verso l’alto piuttosto ripida e che sbucava direttamente di fronte al portone dell’antico tempio dei domenicani.

Nell’aria autunnale illuminata dalla sfera del sole, che pendeva bassa nel cielo, si sentiva l’odore fresco e caratteristico delle foglie d’acero appena cadute. Ce n’erano ancora molte appese sugli alberi, brillanti di mille tonalità di rosso, bruno e oro. Ela faceva delle fotografie. Le piaceva farlo, anche se lei stessa non amava farsi fotografare.

La gola, tuttavia, era così incantevole che Ela non si rifiutò, pur sempre controvoglia, di farsi riprendere in quello scenario da favola. E dunque eccola nella foto, tranquilla, sebbene il suo volto sembri stanco e gli occhi siano socchiusi. E sulle labbra un’espressione che non somiglia né a un sorriso, né a una mezza smorfia… È in piedi su un tappeto multicolore di foglie cadute, sullo sfondo un tappeto identico, solo da qualche parte in lontananza si delinea il contorno irregolare e sfocato delle case di via Zamkowa…

* * *

Quella era stata una giornata tranquilla… Una lunga passeggiata tranquilla dopo la messa… E un pomeriggio tranquillo. E un sentimento di gioia che ci pervadeva entrambi, e uno straordinario senso di sicurezza, come si sperimenta assai di rado nella vita… E una sera silenziosa e una notte tranquilla, nonostante al tramonto il tempo si fosse spezzato e le gocce di pioggia risuonassero delicatamente sui vetri nell’oscurità .

* * *

L’inverno scorreva lentamente. Il Natale a casa nostra fu un po’ diverso dal solito, poiché per la prima volta da oltre trent’anni avevamo addobbato un grande albero di Natale vivo, ottenuto tagliando un piccolo cipresso nel giardino dietro casa. A dire il vero, non aveva lo stesso profumo di un abete o di un peccio, ma il nostro gatto ne fu entusiasta lo stesso…

* * *

Il 27 dicembre vennero conclusi definitivamente i lavori sul libro, sia da parte mia che da parte dell’editore; con un certo timore, lo ammetto, chiesi a mia moglie di leggerne la versione definitiva… Come al solito, del resto… Era sempre stata la mia prima lettrice…

* * *

Esattamente il giorno di Capodanno del 2013 Ela ripose il testo, stampato al computer, di Sussurri e ombre. Non disse nulla per qualche tempo. Alla fine agitò la testa, come in un gesto di disapprovazione.

– Allora? Non ti piace?

– Sì, il libro è scritto bene… solo che…

– Cosa?…

– È così pieno di negatività… che a tratti fa male…

– Ma se c’è un lieto fine… – notai timidamente.

– A prima vista sì… ma, in fin dei conti, non è così… l’ultima scena… non c’è nulla che abbia un lieto fine, se ci sarà un seguito ricomincerà tutto daccapo… è così che abbiamo organizzato il mondo… siamo fatti così…

– Noi?

– Noi. Gli esseri umani.

– Forse non ci sarà nemmeno un seguito. Sono esausto…Non credo di riuscire a scrivere un altro libro così…

– È quello che pensi ora. Ma c’è qualcosa che non hai detto fino in fondo in questo libro. Manca qualcosa. Credo che, nonostante tutto, dovresti scriverlo il seguito. Questo libro, alla fine, lascia inappagati…

Ela sospese la voce.

– Comunque – sorrise. – Né tu sarai in grado di lasciare incompiuto ciò che hai iniziato, né Marta stessa te lo permetterebbe.

Si riferiva al mio editore. O piuttosto, alla mia editrice? Non so quale sia la forma corretta, oggigiorno.

* * *

L’inverno finiva lentamente. Arrivò marzo. Le giornate si fecero sempre più lunghe, nonostante la neve continuasse a cadere e il disgelo tardasse ad arrivare…

Il romanzo venne stampato. La casa editrice promise che sarebbe stato pubblicato piuttosto presto. Forse già nella prima settimana di aprile.

* * *

Da una dozzina di giorni, ormai, Ela non si sentiva molto bene. Non voleva ammettere cosa avesse davvero, ma doveva veramente sentirsi malissimo, dal momento che decise di doversi fare un ecografia dell’addome. Fu lei stessa a “prescriversela”. E poi la fece. Privatamente, come si faceva nella nostra cara, “terza repubblica”.

Il 12 marzo finì in ospedale. Si sarebbe dovuto trattare di un’operazione piuttosto semplice. Poi i campioni per l’esame istopatologico standard. L’attesa… l’ansia e la speranza… a turno… L’attesa… l’attesa…

* * *


A Pasqua nevicò in abbondanza. Per arrivare in chiesa durante il Triduo pasquale bisognava superare profondi cumuli di neve… Ela era appena uscita dall’ospedale, aveva da poco subito un’operazione, era in pessima forma e si sentiva debole, ma non saltò comunque nemmeno una funzione.

Il Venerdì Santo andammo al santo Spirito.

Quando l’officiante intonò “Ecco il legno della croce, al quale fu appeso il Cristo, salvatore del mondo…”, in chiesa si spensero tutte le luci. Soltanto le fiammelle delle candele scintillavano appena, illuminando lo spazio più vicino. I fedeli, disorientati, non sapevano cosa stesse succedendo, si guardavano intorno e sussurravano tra di loro, chiaramente scossi. L’officiante continuò a celebrare la funzione.

Una semplice interruzione della corrente elettrica, ma nel cuore mi rimase lo stesso un granello di paura, una certa insicurezza, un certo timore…

Un segno?… Ma no! Non si può considerare tutto un segno… Non si può pensare subito al soprannaturale!… I segni non esistono, esistono solo le coincidenze! Secondo gli scienziati. Secondo questi sciamani dei nostri tempi.

* * *

Il 2 aprile Ela si recò al laboratorio per ritirare i risultati delle analisi del frammento di tessuto che le avevano prelevato durante l’operazione. Non si sentiva male. Piano piano stava recuperando le forze. Io ero rimasto a casa. Come al solito ero seduto al computer.

Squillò il telefono:

– Venga quando vuole. Il libro è già stampato. La aspetto! – nella cornetta si sentì la voce di Marta.

– Finalmente!

– La smetta di lamentarsi e venga! Sija żmija! – e riagganciò.

* * *

Mi arrampicai con difficoltà al primo piano. Seguii lentamente un lungo corridoio che portava alla stanza dove si trovava la redazione. Stavo per afferrare la maniglia, quando squillò il cellulare. Mi fermai davanti alla porta. Feci due o tre passi indietro, estrassi con difficoltà il telefono dalla tasca e lo accostai all’orecchio. Era Ela.

– Ho ritirato… le analisi… – la sua voce sembrava insicura, si spezzava, alla fine s’interruppe.

Rimasi immobile, aspettando che continuasse. In una manciata di secondi la mia fronte si ricoprì di sudore, il cuore mi batteva all’impazzata nel petto, come se stesse per esplodere.

– …e non va affatto bene – concluse Ela. – Adesso non ho voglia di parlare. Ne discuteremo a casa.

Non sapevo cosa fare. Mi sarei voltato volentieri per correre via al più presto fuori dall’edificio della casa editrice. Tuttavia, in quel momento non sarei stato capace di stare da solo.

Premetti la maniglia. Mi sedetti pesantemente su di una sedia accanto a un tavolino di vetro. Marta mi porse il libro fresco di stampa. Lo presi senza pensarci, lo rivoltai un paio di volte tra le mani. Lo aprii, lo richiusi e lo misi via.
– Allora? Non va bene? Adesso cosa c’è che non va? 12.5x19.5, carta a volume elevato, copertina soft touch, verniciatura spot, il cognome messo in evidenza… allora, cosa c’è che non va? – chiese Marta.

I miei occhi si riempirono di lacrime.

– Cos’è successo? Forza, mi dica!

– Mi ha chiamato mia moglie un momento fa… Alla fine si tratta di cancro… – non riuscii a trattenermi oltre e scoppiai a piangere…

* * *

Prima la ricerca di una clinica. Kielce. Rzeszów. Poi le analisi. A Kielce no. A Rzeszów subito, su due piedi, ma solo per miracolo. Poi altre analisi. Le raccomandazioni. L’operazione. Il 10 maggio. Tarnobrzeg. Al più presto. Senza bisogno di attendere. Un intervento di rimozione totale. Perché non a Sandomierz in aprile? Forse così il tumore non si sarebbe infiltrato nei vasi sanguigni?!!! Come risposta, spalle scrollate. Perché, per la miseria, non in aprileee?!!!

* * *


9 maggio. Ho iniziato a lavorare al terzo volume della trilogia. Sarà intitolato I semi della salvezza. Ho un pessimo presentimento. Sto scrivendo questo libro per Ela. L’ho dedicato a lei… Non sarà troppo tardi?… Sono riuscito a riempire appena una manciata di pagine con qualche riga nera di testo… Quanto tempo ho?… Quanto tempo abbiamo?… “Non pensarci, scrivi” – ripeto a me stesso.

* * *

Di nuovo Rzeszów. Maggio. Brachiterapia. Tre frazioni. Un lento recupero delle forze. Un sospiro di sollievo. Un’ondata di speranza. Sempre più speranza… Sempre di più. “Andrà tutto bene”. Tutti continuano a ripetermelo. “Signor Andrzej, andrà tutto bene. Davvero”. Alcuni mi accarezzano addirittura il braccio. Andrà tutto bene…

* * *

Abbiamo ricominciato a uscire insieme in città. Non più ogni giorno, come facevamo ancora poco tempo fa, ma una, talvolta anche due volte a settimana. Ela sembrava quasi fiorire. Chi l’avrebbe mai detto che era gravemente malata?

* * *

L’inizio di giugno è stato caldo. Forse sarà anche un mese tranquillo?…

* * *

Martedì 4 giugno ho visto per l’ultima volta il mio animale, o meglio, il mio amico, il gatto Włóczek. Ansia. Sempre maggiore.

– Non tornerà più. Era troppo fiducioso. Si avvicinava a chiunque…

– Devi vedere tutto in maniera negativa – mi rimproverò Ela.

Il dieci lo ritrovammo in un bidone della spazzatura nei dintorni di un grande albergo in costruzione. Era già in decomposizione. Aveva tutti i denti spaccati. Qualcuno si era divertito. “I gatti son falsi, no? Uccidiamolo!”. E lo avevano ucciso… Come se non bastasse, lo avevano gettato in mezzo alla spazzatura. Lo avevano profanato…

Insieme a Ela lo portammo nel giardino dietro casa. Lo seppellimmo nel punto in cui, quando era ancora un gattino, amava nascondersi tra l’erba e i fiori… così, per gioco… Qui nessuno gli farà più del male… Si farà verde con l’erba… fiorirà con i giacinti… profumerà con i gigli… L’ape laboriosa lo porterà nell’alveare insieme al dolce nettare…

* * *

Lavoriamo entrambi a pieno regime. Con tutte le nostre forze. Nessuno di noi due risparmia le energie. A che scopo? Nessuno di noi due dice nulla, ma entrambi pensiamo sicuramente la stessa cosa. Non si sa quanto tempo insieme ci verrà ancora concesso da Dio… Bisogna portare a termine alcune questioni. Ma andrà tutto bene… andrà tutto bene… “Oooh, signor Andrzej! Andrà tuuutto bene!”

* * *

Il 31 luglio ho concluso la revisione de I semi della salvezza. La valutazione teologica obiettiva (è così che oggigiorno viene definita la censura ecclesiastica) anche è pronta, non è sorto alcun problema. Ora il resto dipende da Marta. Quando troverà il tempo di completare il lavoro sul libro? Sostanzialmente il libro è pronto per essere stampato…

* * *

Agosto sembrava promettente all’inizio, ma solo all’inizio. Sono comparsi nuovi disturbi. Un raffreddore, forse? Un dolore al fianco. Forse ha preso freddo. Nulla di grave. O almeno così sembra. Il 16 agosto Ela decise di nuovo da sola di sottoporsi a un’ecografia. Un accumulo di liquido nei polmoni. Non è niente di grave, vero? Terapia antibiotica. Non sarebbe forse meglio fare una lastra del torace? Il 19 agosto la lastra: numerose neoplasie in entrambi i polmoni. Il 28 agosto la tomografia. Non c’è più alcun dubbio… metastasi in entrambi i polmoni. I tumori sono piuttosto grandi…

* * *

– Ascolta, dimmi una cosa…

Trattenendo a stento il pianto, leggo al mio amico l’opinione medica.

– Qual è la prognosi?

Silenzio.

Dopo un attimo sento la sua voce nella cornetta:

– Non sono un esperto… Potrebbe essere rimasto soltanto qualche mese si tratta ancora solo di qualche mese…

Restiamo in silenzio.

– Ma non prendere troppo sul serio quello che ti ho detto. La situazione può cambiare ancora completamente – aggiunge rapidamente.

Tenta di rallegrarmi. Che tempi… la verità messa in secondo piano… pur di non far male a qualcuno… Ma fa male lo stesso… Sempre… Allora perché fingere?… Perché è politically correct…

* * *

Il 6 settembre 2013 ebbe inizio la chemioterapia palliativa. Sei cicli. Poi la terapia ormonale. Nessun miglioramento. C’è stato uno sviluppo, invece, il tumore ha attaccato le ossa, la sacca pleurica. Dolore… dolore… dolore… incessante, terribile, pressoché disumanizzante… Radioterapia. E di nuovo dolore… Ancor maggiore! Sarebbe dovuto diminuire, invece è aumentato.

E nemmeno una singola parola di protesta. Nemmeno una traccia di ribellione o di opposizione… A volte soltanto delle lacrime a riempire gli occhi per un attimo, ma senza scorrere giù lungo le guance.

“Ela – sussurro tra me e me – perché mi metti alla prova in questo modo? Sarò in grado di sopportare il dolore come fai tu, quando un giorno la morte verrà a reclamare anche me?”

* * *

– Signora Marta, non aspettiamo che arrivi la revisione definitiva! Mandiamo il libro in stampa adesso, la prego.

Un piccolo tranello. Hanno stampato un esemplare apposta per Ela. Così come avevamo pianificato fin dall’inizio. 12.5x19.5, carta a volume elevato, copertina soft touch, mancava solo la verniciatura spot… ma non si nota nemmeno… Il resto della tiratura verrà stampato in seguito…

* * *

Ela è di buon umore oggi. Sente meno dolore, i crampi alle gambe sono più lievi e meno dolorosi, quasi niente vomito…

– È per te – le porsi il libro.

– I semi della salvezza – lesse il titolo con tono sommesso. – Bella copertina.

Lo aprì. Guardò la dedica la dedica: A Ela, mia moglie e mia amica da quasi quarant’anni, a cui sarò eternamente debitore. L’autore.

Alla fine gliel’ho detto. Mi dispiace soltanto di averlo fatto così tardi…

* * *

L’ultimo Natale insieme… Non prepariamo più l’albero di Natale vivo…

* * *

L’anno 2014 non è altro che dolore sempre e sempre maggiore…

* * *

Il 9 aprile di nuovo la chemioterapia… il trattamento di seconda linea… Una sofferenza ancora maggiore… Ci stiamo perdendo. Sembra che, ormai, sia giunta la fine. Ela si sta ancora riprendendo. Siamo di nuovo a casa l’uno con l’altra. L’ultima Pasqua insieme…

* * *

Il 3 agosto andiamo fuori Sandomierz. Un amico, il signor Andrzej, ci ha convinti ad andare alla fiera della cucina di Gorzyczany. Ce ne stiamo, dunque, seduti nel cortile della caserma dei pompieri, sotto il sole caldo e spietato. Nemmeno un briciolo d’ombra. Mangiamo le prelibatezze locali. Durante il viaggio di ritorno, nostra figlia Asia ci porta a a fare una passeggiata lungo la Vistola.

Ce ne stiamo seduti su una panchina sul lungofiume. I riflessi dorati del sole, ormai basso, brillano sui tetti degli edifici della Città Vecchia. Dietro, alle nostre spalle, il luccichio della Vistola.

Ela, con gli occhi socchiusi, osserva la Chiesa di san Giacomo, il Castello, la Cattedrale. Rimane in silenzio e sorride insicura, come se sapesse già di osservarli per l’ultima volta… La luce del sole è ancora forte. Accecante. Ela indossa un paio di grandi occhiali scuri e continua a sorridere appena… Io sono seduto accanto, con il capo chino. Numerosi pensieri, tra i più vari, si agitano nel mio cranio… Asia ci fa una fotografia…

* * *

Il 4 agosto è stato eseguito il terzo ciclo di chemioterapia. Senza alcun effetto. Solo sofferenza…

* * *

Il 23 agosto è l’ultima volta in cui usciamo insieme quasi come se andassimo a fare una passeggiata. Ce ne andiamo a stare un po’ nel nostro orto, distante trecento metri da casa, che avevamo comprato per le nostre figlie, Asia e Martunia. Ela, quasi esclusivamente con le proprie forze, si arrampica su una ripida salita che porta in cima ad una collina dalla sommità piatta. La sosteniamo solo un po’. Il gruppo di operai che avevamo assunto sta terminando di sistemare il terreno.

Nel mio cuore germoglia la speranza…

Facciamo ritorno a casa…

* * *

31 agosto. Domani è il compleanno di Ela. Vengono a trovarci gli amici della casa editrice Wydawnictwo Diecezjalne: Marta e il direttore Leszek. Inaspettatamente passa anche Tomek, il redattore del “Gość Niedzielny”? Chi altri? Non ricordo… Ela non si alza più dal letto, ma vuole svolgere ancora gli onori di casa. Marta le porge una bellissima orchidea bianca, mi passa per la testa che si tratta di un Dendrobium compactum, una piccola deformazione, risalente al periodo in cui mi occupavo di giardinaggio…

Ela ci guarda con uno sguardo pressoché infantile. E dice:

– Ora c’è sempre un uomo a farmi compagnia… Non è né bello, né brutto. Non ne ho paura, lui mi protegge. Ecco, è strano, è qui con me, ma allo stesso tempo è come se fosse ovunque, in tutta la stanza…

Marta risponde, insicura:

– Forse… forse è l’angelo custode?

– Forse… Forse è l’angelo custode… – penso tra me me.

* * *

Non restiamo con le mani in mano. Continuiamo a lavorare oltre le nostre forze. Ela, appena è in grado, si siede al computer. Praticamente fino alla fine di settembre continua a dirigere da sola la propria casa editrice… Non vuole alcun aiuto…

Il 6 ottobre 2014 ordina per l’ultima volta la stampa di nuovi libri.

Poi riordiniamo la sua scrivania. In due. Deve essere tutto in ordine. Ogni cosa al proprio posto, come sempre. Com’è sempre stato in questi quasi quarant’anni di vita insieme.

– Non fate fallire la casa editrice.

– Non fallirà, Ela.

– Elimina tutte le piante nei vasi e i fiori in giardino, da solo non riuscirai a prendertene cura.

– Va bene.

– …

Non so cos’altro avrebbe voluto dirmi.

E io nemmeno so cosa dovrei dirle.

– Sai? Scriverò ancora un libro per te. Solo per te – le dico con voce insicura.

Sorrise appena. Non avrò mica detto qualcosa di stupido o inutile?… Non avrò mica voluto darle una falsa speranza? Non lo so nemmeno io…

– L’importante è che ci sia un lieto fine…

– Cosa? – non capii.

– In quel libro per me.

Sorrisi, incerto, e non risposi nulla, ma nel profondo del mio cuore mi ripromisi che quel libro avrebbe sicuramente avuto un lieto fine. Nonostante sappia già, che Ela non lo leggerà più…

* * *

20 ottobre, un brusco calo dei livelli di potassio. In ospedale con l’ambulanza, verso l’unità di cure palliative. Bisogna reintegrare i livelli di elettroliti.

– Portatemi a casa! – chiede. Poi lo pretende. Alla fine grida.

La riportiamo via il 26, non possiamo più fingere di fronte a noi stessi che possa guarire…

Dolore… Un’enorme, terribile piaga da decubito sulla schiena, si vedono le ossa della spina dorsale. Una ferita sulla mano in seguito a un’ustione da chemioterapia che non vuole rimarginarsi… Dolore… la gola bruciata a causa della chemioterapia… non riesce a deglutire. Non mangia più. Ha quasi smesso di bere. Dolore… Dolore…

Morfina. Sempre più morfina. Sempre di più… Sempre in dormiveglia. Sempre meno cosciente… Dolore… Non lo si può nascondere o mascherare… Morfina…

Ela non beve più. Sono quasi tre giorni, ormai, che non beve quasi nulla. Da mesi le figlie non si allontanano dal letto della madre. Se ne prendono cura, come un tempo aveva fatto lei con loro, quando erano piccoline e inermi… So che ciò la mette a disagio, prova vergogna… Cercano di farla bere. Una goccia alla volta… Non serve a molto. Non abbiamo più alcun contatto.

Asia è più forte. O forse è solo una questione di apparenze?… Marta si preoccupa più raramente di nascondere le lacrime… I miei occhi sono asciutti, ma ho sempre quell’insopportabile e amaro nodo alla gola…

* * *

Venerdì 31 ottobre. Siamo seduti attorno al letto di Ela. Marta, Asia, io, suo fratello, la zia, la cognata. Ela tace. Non è in grado di parlare. A volte tenta di articolare qualche suono, ma non ci riesce.

Sono le 15:40, vedo che muove le labbra, mi chino su di lei. Sento distintamente alcune parole, pronunciate con estrema calma:

– È la fine…

* * *

La notte tra il 1 e il 2 di novembre sogno Ela, si veste con estrema cura e particolare eleganza. Indossa la parrucca. Le chiedo: “Dov’è che vai?” “Ma come dove? In chiesa”. È tranquilla, soddisfatta…

* * *

Domenica 2 novembre. Ela continua a non bere. Bisogna rimediare in qualche modo. Le nostre figlie telefonano ovunque in città. Non è facile trovare un’infermiera il giorno festivo dopo Ognissanti.

Finalmente arriva. Entra in camera. Tenta di infilare l’ago nella vena per attaccare la flebo. Ma i vasi sanguigni si rompono. Uno dopo l’altro. Tutti. Dopo quasi un’ora rinuncia.

– Signora, quanto tempo è rimasto? – le chiedo con tono distante.

– Sa com’è, non si può dire. È ancora possibile che vada tutto bene…

Ormai qui è dell’eternità che si tratta, e non più di dire qualche parola di conforto per non arrecare dispiacere a qualcuno… Che tempi… Ma probabilmente lei non lo capisce, quindi non le faccio più domande del genere. Si vede che vorrebbe fare del proprio meglio nel modo più delicato possibile… ma ormai non si tratta più di correttezza politica… si tratta dell’eternità…

Se n’è andata.

Telefono ad un amico.

– Piotrek… – mi si spezza la voce. Gli faccio il resoconto della situazione, gli riferisco i sintomi… – dimmi, quanto tempo ancora…

– Fra poco sono lì.

E infatti, nel giro di qualche minuto è sul posto.

Visita Ela. Con cura. Lo osserviamo ansiosi.

– Al massimo qualche ora…

* * *

Chiamo tutti i preti che conosco. Nessuno risponde al telefono. È vero che aveva ricevuto tutti i santi sacramenti, ma il Viatico nell’ora della morte… Alla fine a richiamare è il parroco, padre Jerzy.

– Cos’è successo?… Sarò lì tra qualche minuto…

Solleva in alto un pezzetto bianco di Pane:

– Ecco l’Agnello di Dio…

Ela manda giù il Corpo di Cristo con qualche goccio d’acqua. L’ha mandato giù!
Il rumore del motore dell’auto del parroco svanisce dietro la collina. Restiamo di nuovo da soli. Ela, le nostre figlie e io… Non c’è più alcuna paura. Solo tristezza. Tra le dita faccio scorrere i grani del rosario. Mi gira la testa, è in fiamme.

* * *

Sono venuti i nostri amici, Basia e Piotrek. Il mozzicone di un cero diffonde una luce giallognola. Recitiamo le preghiere per i morenti…

Entrambe le gatte, Brunia [“la Brunetta”] e Stara Kocica [“la Vecchia Gatta”], rimangono sul letto di Ela. Si stringono a lei. Soltanto Rudzia [“la Rossa”], la meticcia, sembra evitarla dal momento in cui, per l’unica volta nella sua breve vita da cane, aveva iniziato a guaire il giorno in cui Ela era stata portata per l’ultima volta in ospedale…

Brunia si stringe alla sua mano dolorante, mai rimarginata. Un movimento impercettibile, come se Ela volesse accarezzare per l’ultima volta con le dita quella pelliccia nera e vellutata… Non ci arriva, le dita ricadono impotenti…

Dalla smorfia sul suo viso riusciamo a capire che il dolore si sta facendo di nuovo più forte. L’ennesima iniezione di morfina.

Sono passate le 21:00. Basia e Piotrek ci salutano. Restiamo di nuovo soli.

Il tempo scorre lentamente… molto lentamente… la stanchezza aumenta. Riesco a malapena a tenere gli occhi aperti. Le mie palpebre si chiudono da sole. Devo coricarmi. Anche solo per un attimo. Non sono così forte come Asia. Sono terribilmente stanco.

Nel dormiveglia mi giunge la voce di mia figlia.

– La mamma è morta…

Do un’occhiata all’orologio. Le 00:55.

L’eterno riposo, donale, o Signore… L’eterno riposo, donale, o Signore… L’eterno riposo, donale, o Signore… L’eterno riposo, donale, o Signore… – è l’unica frase che si agita nella mia testa.

Asia e Marta vestono la mamma. Io le aiuto a sollevare o sostenere il corpo. Che nessun’altra mano, oltre le nostre…

Di nuovo il rombo di un’auto… Diversa…

– Sì, è qui… Prego, seguitemi, di qua…

Richiudono il sacco di plastica…

Per l’ultima volta Ela varca la porta d’ingresso… Non farà mai più ritorno in casa nostra…

Resto in piedi accanto al cancello e osservo le luci dell’auto che si allontana e la porta via nell’oscurità della notte di novembre… Appena una manciata di secondi e resto da solo, a tu per tu con il silenzio della strada vuota, illuminata dal riflesso giallastro e pallido delle lampade al sodio…

Rientro in casa. Lancio un’occhiata alla sveglia in camera di Ela. È ferma. Bisogna caricarla. Allungo la mano per prenderla, ma la tiro indietro immediatamente. Le lancette immobili indicano due minuti dopo le tre. È il 3 novembre del 2014. Se ieri era domenica, oggi deve essere il giorno della commemorazione dei defunti…

* * *

5 novembre. Il giorno del funerale è meraviglioso, soleggiato, caldo. La chiesa di san Giuseppe è piena. Nove sacerdoti celebrano il servizio funebre. Mai, assolutamente mai me lo sarei aspettato… perché, poi, avrei dovuto? Mi sento completamente estraniato. Il corteo si muove verso il cancello del Cimitero della Cattedrale. Blocca il traffico stradale. Sugli alberi, le foglie autunnali tremolano al respiro leggero della brezza e luccicano in una fantastica varietà di colori. Su di esse danzano le piccole chiazze dorate della luce del sole…

La tomba viene sigillata.

E poi nient’altro che fiori, fiori, fiori… braccia piene di fiori… Corone, mazzi, singoli fiori… Non si vede più nulla sotto di essi.

È tutto finito…

* * *

12 novembre. Sono passati già nove giorni da quando ci siamo separati…

Guardo le due foto di Ela che sento più vicine nel mio cuore… Sulla prima è tranquilla, sebbene il suo volto sembri stanco e gli occhi siano socchiusi. E sulle labbra un’espressione che non somiglia né a un sorriso, né a una mezza smorfia… È in piedi su un tappeto multicolore di foglie cadute, sullo sfondo un tappeto identico, solo da qualche parte in lontananza si delinea il contorno irregolare e sfocato delle case di via Zamkowa…

Sulla seconda siamo seduti l’uno accanto all’altra su una panchina lungo la Vistola, io ho il capo chino, lei sorride appena…

Un nodo mi stringe la gola…

***

Non lo facevo da anni. Credevo che, crescendo, passi la voglia di scrivere poesie. E che io l’avessi già alle mie spalle. Ma lo stimolo era così forte che non sono stato in grado di oppormi. Le dita battono ritmicamente sulla tastiera. Non penso, non analizzo, non scelgo le parole, non smusso nulla. Le file di vocaboli compaiono da sole. Un verso dopo l’altro. È l’unico modo che ho per dire ancora  qualcosa a Ela… In maniera diretta, senza ripensarci, dal profondo del cuore…

Mi resta soltanto il tuo sorriso in una foto,
e in gola un nodo amaro,
e la speranza continua
di vederti in piedi accanto alla porta,
come ogni giorno
negli ultimi quarant’anni… 

Nella finestra chiusa il vago riflesso
del mio volto che fissa quel buio e quel vuoto
che in silenzio s’insinua tra il tramonto e l’alba
di notti afose in cui conto da solo i secondi…

Tante cose non dette
in quei momenti
in cui non v’era nulla a dividerci e tutto ci univa,
tante faville su gocce di rugiada,
tante chiazze di sole,
e nebbie e piogge d’autunno svanite per sempre…
non ti rimembra più neanche il cane della vicina…

Mi resta soltanto il tuo sorriso in una foto,
e in gola un nodo amaro,
e la speranza continua
di vederti in piedi accanto alla porta,
come ogni giorno
negli ultimi quarant’anni…

Ma i tuoi vestiti nell’armadio
sono riposti con cura,
soltanto le scarpe attendono in fila,
pronte ad uscire…

Anche le mie son pronte,
se non che…
il mio cuore ribelle
batte ancora… e batte…
e non vuole fermarsi…

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VERSO L’ORIZZONTE - L’ENIGMA DI UNA NOTTE D’AUTUNNO



Andrzej Juliusz Sarwa

VERSO L’ORIZZONTE (4)

racconti straordinari

tradotte da Marco Valenti


L’ENIGMA DI UNA NOTTE D’AUTUNNO

Si mise a sedere ormai del tutto sveglio, come se quella notte d’autunno non fosse affatto andato a dormire. Fissava l’oscurità con gli occhi spalancati e tendeva allo stesso tempo l’orecchio, credendo di essere stato risvegliato da un rumore.

Ma tutt’intorno regnava il silenzio. Un silenzio che, come uno spesso velo, si posava su tutto intorno.

Ma in quel silenzio e in quell’oscurità si annidava qualcosa di ignoto. Qualcosa che lo aveva strappato al sonno e lo aveva spinto a restare lì seduto, ad osservare e ad ascoltare con attenzione alla ricerca di un paio di occhi.

Allungò una mano a tentoni verso il tavolino vicino, dove la sera prima aveva posato le sigarette e i fiammiferi.

Inalò il fumo con immenso piacere.

Da lontano, da chissà dove, alle sue orecchie giunse il rombo di un automobile e l’abbaiare di un cane, ancora più distante.

Stava per coricarsi di nuovo dopo aver schiacciato il mozzicone nel posacenere, quando all’angolo della stanza, proprio dietro al contorno massiccio dell’armadio, intravide nel buio la figura di un uomo.

Saltò dal letto, corse verso il tavolo e accese la lampada a cherosene, dopodiché coprì la stanza con uno sguardo attento, ma non notò nulla di sospetto.

Su un tavolo di pino piuttosto consunto c’era un bicchiere, ricavato da un vasetto di mostarda, mezzo pieno di kompot. Lo prese e bevve fino in fondo il liquido freddo, ormai non più molto gradevole.

Non capiva cosa gli stesse succedendo. Si rese conto, però, che si stava comportando in maniera non del tutto normale. Se anche fosse stato un rumore a risvegliarlo, sicuramente quest’ultimo era di origine del tutto naturale. Forse si era trattato del grido di un uccello notturno, o forse del vento che colpiva la finestra. Si stupì di aver ceduto al panico assolutamente senza motivo, ma allo stesso tempo continuava ad osservare la stanza alla ricerca di qualcosa che potesse rappresentare una minaccia.

Persino le più piccole fibre dei suoi muscoli e dei suoi nervi tremavano, ormai era certo che non sarebbe più riuscito a riaddormentarsi fino al mattino. Ma si rendeva anche perfettamente conto che avrebbe dovuto riposare per bene, la giornata seguente sarebbe stata molto dura.

Spense, dunque, la lampada e si coricò nella maniera più comoda possibile tra le coperte, sforzandosi di richiamare il sonno sotto le palpebre socchiuse. Invano. In cambio, però, migliaia tra i pensieri più vari iniziarono a turbinargli all’interno della testa, l’uno più terribile dell’altro.

In un sol colpo ricordò tutte le storie di fantasmi che aveva sentito durante l’infanzia. Si coricò a pancia in giù, cercando di pensare qualcos’altro. Si coprì il capo con la coperta, ma non servì a molto.

Rimase così a penare per forse mezz’ora o anche di più. Poi, in collera con sé stesso, gettò via la coperta, accese di nuovo la luce e, a piedi nudi, si trascinò in cucina. Lì, in un nascondiglio noto solo a lui stesso, in una fessura tra la credenza e la parete, c’era una bottiglia da un litro, ancora piena, di alcool fatto in casa. La prese, sfilò il tappo e, dopo aver riempito il vasetto di mostarda fino a metà, lo bevve in un sol sorso. In bocca e nella gola sentì il sapore disgustoso dell’alcool a buon prezzo; prese, dunque, una tazza d’acqua fredda dal secchio e la beve a grosse sorsate, fino a quando l’esofago non gli smise di bruciare.

Si sedette sullo sgabello della cucina a fissare la finestra buia e attese quel senso di sollievo e di rilassamento che sentiva sempre qualche minuto dopo aver bevuto quel distillato casereccio.

Ma non gli fu concesso di godersi quel momento, poiché, da qualche parte nella camera da letto, sopraggiunse alle sue orecchie un rumore, reale, assolutamente reale, che non era affatto frutto della sua immaginazione e che, forse, ricordava vagamente il pianto di un neonato.

Balzò in piedi di soprassalto. Il guaito continuava. Sentì la pelle della schiena accapponarsi e la fronte imperlarsi di sudore freddo. Non aveva alcuna intenzione di avventurarsi alla ricerca della fonte di quel suono. Sapeva che non sarebbe riuscito a raggiungerlo. Come faceva a saperlo? Non riusciva a spiegarselo. Lo sapeva e basta…

Di nuovo si versò un po’ d’alcool, di nuovo riempì il vasetto di mostarda, questa volta fino all’orlo, e stavolta bevve il liquido in non più di due o o tre sorsate.

Il senso di stordimento sopraggiunse prima del previsto. E dopo lo stordimento, l’indifferenza.

Era sbronzo, gli girava la testa e aveva voglia di ridere delle proprie irrazionali fobie. Rimase ancora seduto sul letto per qualche momento.

Un sonno profondo piombò su di lui all’improvviso e, sebbene da ogni angolo della stanza giungessero i suoni inquietanti più disparati, lui non sentiva più nulla. Sua moglie, sdraiata accanto a lui, russava pesantemente. Quando lui, finalmente, si coricò accanto a lei, lei si allontanò risentita sull’orlo del letto.

* * *

Probabilmente non aveva dormito molto a lungo; quando aprì gli occhi, infatti, tutto intorno regnava un’oscurità nera come la pece. Dapprima non sentì nulla, tuttavia percepiva la presenza di qualcuno nella stanza. O forse si trattava soltanto di un’illusione?…

No, non era affatto un’illusione. Alle sue orecchie iniziarono a giungere gradualmente uno squittio silenzioso e un altro suono piuttosto singolare, simile al soffio di un gatto infastidito che tenta di allontanare una persona sgradita.

Qualcosa colpì forte l’armadio. Poi ancora, e una volta ancora. Spaventato, saltò sul letto e si sedette. Gli girava la testa, le labbra e la gola, inaridite, pretendevano acqua. Si sarebbe voluto alzare, accendere la luce, vedere cosa stava succedendo, ma non era in grado di farlo. Una qualche forza mostruosa lo stava spingendo contro il letto. Non si trattava di un essere umano, però, né di qualsiasi altra creatura in carne e ossa. Era come se, per chissà quale motivo straordinario e incredibile, fosse aumentata la spinta della forza di gravità.

Nel frattempo, l’intera stanza rimbombava dei colpi che qualcuno, o qualcosa, continuava a sferrare all’armadio, alle pareti… Aveva l’impressione che l’intera casa stesse tremando fin dalle fondamenta.

Sentì che anche sua moglie si era svegliata e che neanche lei, nonostante gli evidenti sforzi, riusciva ad alzarsi dal letto.

Con tutte le proprie forze cercò di nuovo di alzarsi. E forse ci sarebbe anche riuscito, se non che, ad un certo punto, sentì un dolore indescrivibile nelle braccia. Sentì chiaramente le ossa dell’avambraccio spezzarsi. Ma sentì anche il rantolo straziante e terribile di sua moglie.

Non era in grado di fare nulla. Il dolore lo aveva paralizzato, immobilizzato.
Intanto, la casa continuava a tremare per via dei colpi. Ora gli schianti provenivano letteralmente da tutte le direzioni. Era come se la solida casa costruita dai tedeschi, realizzata in mattoni rossi non intonacati, potesse cadere a pezzi da un momento all’altro.

Non sapeva quanto tempo potesse esser passato, poiché aveva perso conoscenza. Quando si destò, si era già fatto giorno. Rimase stupito dal silenzio tutt’intorno, un silenzio assoluto e indisturbato. E dal dolore. Un dolore terrificante in entrambe le braccia. Si sforzò di muoverle, non ci riuscì. Sapeva di avere le ossa distrutte.

Girò la testa e guardò la moglie con la coda dell’occhio.

In quello stesso momento si mise a gridare, un grido terrificante, orribile, pieno di dolore.

La moglie giaceva accanto a lui in un bagno di sangue, con una ferita sul collo, la gola dilaniata. Giaceva senza vita e in silenzio. E lui non aveva idea di come ciò fosse successo. Lui era vivo, benché mutilato, ma non era nemmeno in grado di muovere le dita delle mani.

Un terrore indescrivibile gli schiacciò il petto.

Non ricordava come fosse riuscito a trascinarsi fuori dal letto, come fosse riuscito a raggiungere i vicini. Non ricorda nulla. L’unica cosa che ricorda sono quei strani rumori inquietanti nella camera buia, gli schianti e i colpi contro le pareti e i mobili, e infine quella visione infernale della donna con un pezzo di carne strappato via dalla gola.

Rimase in cura a lungo. A vegliare su di lui fu un infermiere che, invece di essere spedito in Siberia o in Kazakistan, per miracolo era capitato da Žytomyr ai dintorni di Breslavia Ma quell’infermiere, purtroppo, non sapeva fare granché. Le ossa delle braccia, ricomposte male, guarirono male. Riusciva a muoverle, ma con difficoltà.

Da quella notte in poi dormì sempre con la luce accesa. Come se la luce avesse potuto salvarlo salvarlo, quella notte. Lui e sua moglie.

* * *

La storia ivi descritta ebbe luogo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, nei dintorni di Breslavia. Nessuno si occupò mai di risolvere questo caso raccapricciante, ma, allo stesso tempo, assai intrigante.

La Milizia e l’Ufficio di Sicurezza, all’epoca, avevano altro di cui preoccuparsi. I funzionari locali non vollero nemmeno ascoltare la relazione dell’uomo mutilato. I vicini si premurarono di seppellire la moglie. La sepoltura avvenne senza nemmeno la presenza di un prete, dal momento che non ne era ancora giunto uno nei dintorni. Il protagonista della nostra storia, non appena fu guarito, partì per la Polonia centrale. Non mantenne alcun rapporto con i vecchi vicini della zona di Breslavia, ma, dopotutto, perché avrebbe dovuto?

Nessuno ha mai trascritto la sua relazione dei fatti, io sono stato il primo, ma solo molti anni dopo la morte del protagonista.

Mentre mi raccontava l’accaduto era così eccitato, come se quella disgrazia l’avesse toccato appena il giorno prima, e non decine di anni addietro.

Mi pento di non averlo interrogato con più cura, ma all’epoca non sospettavo che avrei trascritto ciò che ho sentito da lui. Oggi, ormai, è troppo tardi. Quell’uomo, infatti, è morto verso la fine degli anni ottanta.

E io non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ricordo solo il nome: Stanisław. Ma quanti Stanisław sono vissuti in quegli anni?…

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VERSO L’ORIZZONTE - LA STREGA



Andrzej Juliusz Sarwa

VERSO L’ORIZZONTE (3)

racconti straordinari
tradotte da Marco Valenti


LA STREGA

Le sembrava di emergere da chissà dove, da un luogo incommensurabilmente lontano. Dal vuoto nero dell’oblio e del nulla. In quel momento era pura coscienza e nient’altro. Sospesa in uno spazio indefinito, sospesa tra l’essere e il non-essere sapeva solo una cosa, sapeva di esistere, semplicemente di esistere e basta.

E proprio quel pensiero la tormentava e le pulsava nel cervello:

– Io sono… Io sono… Io sono…

Non sapeva se a scorrere fossero i secondi o i secoli. I suoi occhi non registravano alcuna immagine. Le sue orecchie non percepivano suoni. Silenzio e oscurità. Totale, onnipresente, infinita…

Alla fine, lentamente, molto lentamente, iniziò a rendersi conto che stava subendo un graduale cambiamento. Iniziava a percepire di nuovo il proprio corpo. Un formicolio ai piedi, i muscoli addormentati delle braccia, una sgradevole pressione nella colonna vertebrale.

Iniziò a muovere delicatamente le dita, come se ancora non riuscisse a credere al fatto di poterle controllare secondo la propria volontà. E le sue dita, che gioia, le ubbidivano. Si piegavano e si stendevano seguendo il ritmo dei segnali inviati dalla mente.

Sentiva un peso schiacciarle il petto. No, non c’era niente che vi premeva sopra. Era solo l’aria, densa, immobile, che non aveva alcuna intenzione di portare nutrimento ai suoi polmoni, li riempiva senza saziarli.

Era di nuovo sé stessa. Oltre alla percezione ritornava lentamente anche la memoria, in cui scorrevano immagini dai colori vivaci di eventi passati…

Era estate. Sì, era estate. Delle malve crescevano in un giardino in miniatura oltre la finestra. Le piaceva osservare quei fiori rosa, bordò, gialli o bianchi che sembravano sorriderle. Le piaceva guardare le api che si posavano sui petali, si infilavano all’interno e, una volta consumato il dolce nettare, volavano via appesantite e tutte ricoperte di polline giallo.

A volte le faceva visita una gazza ladra. Era una gazza ladra piuttosto coraggiosa, capitava che si appollaiasse sul davanzale col capo piegato ad osservare la donna sdraiata. Poi volava via, sbattendo le ali in modo buffo come fanno le gazze.

Le piaceva guardare le formiche che, in un’interminabile processione, percorrevano sempre lo stesso e unico sentiero sul parapetto di legno intaccato dal tempo, fino a rintanarsi in una fessura tra l’infisso e l’anta della finestra dall’intonaco ormai scrostato…

Le piaceva starsene lì a guardare coricata, appoggiata ai guanciali impilati alle sue spalle, ma cos’altro avrebbe potuto fare?

Le malve sfiorirono. I gambi delle piante, una volta verdi e ora simili a sterpi, si seccarono e acquisirono un colorito bruno. La gazza non faceva più capolino all’interno della stanza da quando la finestra era stata serrata definitivamente, persino le formiche erano scomparse chissà dove.

E poi, poi cadde la prima neve. Vedeva i grossi fiocchi, simili a piume d’oca, che turbinavano nell’aria e, calando dal cielo senza alcun rumore, ricoprivano il terreno. Il freddo, non appena si fece più forte, riusciva di quando in quando a far scivolare le proprie dita gelide persino sotto la pesante coperta…

Rimembrò il suono delle campane che richiamavano i fedeli alla veglia di Natale. Sdraiata a letto mentre passavano i giorni, i mesi, si succedevano le stagioni, infine imparò a distinguerne il suono. Suonavano le campane della parrocchia, quelle di san Pietro e di santa Maria Maddalena… E suonavano le campane di tutte le altre chiese…

Ah, come le sarebbe piaciuto poter sconfiggere la propria debolezza, alzarsi, vestirsi e camminare in mezzo alla folla che seguiva il richiamo delle campane. Come avrebbe voluto sentire il piacevole scricchiolio della neve gelida sotto i piedi. Come avrebbe voluto esalare piccole nuvolette di vapore, che si sarebbero poi trasformate in brina depositandosi sui suoi capelli ribelli, scivolati fuori dal foulard.

Le campane smisero di suonare, e lei rimase da sola con il buio. Con il buio e con il silenzio. Probabilmente pianse, ma non lo ricorda per certo. Tuttavia sa di aver sentito una dolorosa contrazione stringerle la gola e di aver percepito una sensazione di collera priva di speranza.

E poi?

Poi il tempo iniziò a scorrere in maniera monotona. Gocciolava via costantemente, così come le gocce d’acqua gocciolavano dalla grondaia del tetto mentre il sole, sempre più caldo, si arrampicava sempre più in alto nel firmamento e scioglieva la neve sporca e ghiacciata…

La stanza venne imbiancata. Era pulita e ordinata. Aveva l’odore della calce fresca, di uova bollite, di salsiccia, di rafano e del licopodio con cui era stato decorato il cibo destinato alle feste di pasqua. Il tavolo intero era stato imbandito riccamente. Il diacono venne a benedire le vivande. Le disse qualcosa, ma lei non ricordava più le singole parole, il senso era all’incirca che Dio ci dona il dolore per sondare la nostra fede, come secoli prima aveva fatto con Giobbe.

E poi?… Poi qualcuno… non ricordava più chi… Poi qualcuno le aveva portato un mazzetto fatto con i primi denti di leone appena spuntati. Rivolse un sorriso a quei fiori. Vi immerse il viso, inalando con estrema delizia l’odore delicato, quasi inafferrabile, dell’inizio della primavera… Quello era il suo ultimo ricordo…

Ora era circondata dal buio e dal silenzio. Era forse notte? Probabilmente sì. Ma perché quel letto era così scomodo, così duro? E perché ai suoi polmoni mancava in continuazione l’aria?

Aveva riacquistato completamente la sensibilità, ma con essa venne colta da forti brividi. Tutto il suo corpo venne pervaso da un freddo penetrante che si infiltrava fin nella più piccola tra le fibre, impregnando persino l’interno delle sue ossa.

Iniziò a tremare, a sbattere i denti. Aveva freddo, le mancava l’aria.

“O mio Dio!” – pensava. – “Perché fa così freddo, perché mi manca l’aria?”

Avrebbe voluto avvolgersi ancora più strettamente nella coperta, infilarvi sotto anche la testa per riscaldare le membra intirizzite, ma la cercò invano con le mani. La coperta non c’era. Le sue dita, invece, scoprirono qualcos’altro. Da entrambi i lati c’erano delle assi di legno.

“Ma dove mi hanno portata?” – pensava. – “Perché mi hanno portata via dal mio letto e mi hanno sistemata su questa stretta branda? Oh! Gesù Cristo, dimmi che non me l’hanno fatto, dimmi che non mi hanno lasciata in ospedale? Sì, mi ricordo, era ciò che consigliava il dottore. Voleva portarmi via a san Geronimo o al santo Spirito. Ma io mi sono rifiutata. Chi finisce in ospedale per una volta, poi non ne esce più vivo… O forse le mie condizioni sono peggiorate e mi ci hanno portata contro la mia volontà?”

All’improvviso riacquistò le forze. Sapeva che sarebbe riuscita ad alzarsi da sola. In effetti doveva alzarsi per capire dove si trovava. Si sollevò repentinamente e… con un gemito di dolore ricadde di nuovo sulle spalle.

Aveva urtato la testa con tutta la propria forza contro qualcosa di rigido, qualcosa che si trovava proprio al di sopra di lei. Delle scintille colorate e dorate le turbinarono davanti agli occhi. Emise ancora una volta un gemito silenzioso. Quando il dolore si fece meno acuto allungò con attenzione le mani verso l’alto, per analizzare con il tatto ciò contro cui si era ferita la fronte. Si trattava di un’asse di legno.

Venne pervasa da una sorta di ansia, all’inizio non troppo forte, ma che si fece sempre più potente un momento dopo l’altro. Ne venne soffocata. Sentì una stretta dolorosa alla laringe, poi credette di sentire i propri capelli rizzarsi sulla sua testa.

Con le mani prese a tastare tutto intorno, alla cieca.

Assi di legno, assi di legno ovunque, ruvide e ancora profumate di resina. Assi di legno davanti, di dietro, ai lati, assi di legno sopra la sua testa. Con le dita percepiva i punti in cui si univano l’una all’altra. Ne percepiva le irregolarità e le nodosità.

Non voleva ammettere quel pensiero, se ne difendeva con tutte le proprie forze, lo allontanava dalla mente. Ma quel pensiero, invadente, l’unico pensiero razionale, ritornava incessantemente… Ritornava…

Capì di trovarsi all’interno di una bara.

La sua fronte si imperlò di un sudore freddo. Una volta, quando le dicevano che il sudore può anche essere freddo, non riusciva a capire come fosse possibile. In quel momento, invece, proprio un sudore di quel tipo iniziò a fluire da ogni poro della sua pelle, a colare lungo le sue guance in una serie di gelidi rivoli.

“E quindi, è così che è la morte? O mio dio!”

Pensò a dove potesse essere finita. Buio e silenzio. No, quello non era il paradiso. Il paradiso è bello e luminoso. E allora si trattava dell’inferno? O del purgatorio? No, non era né l’inferno né il purgatorio. Dopotutto, sentiva ancora il proprio corpo! Aveva ancora il proprio corpo! Respirava, anche se con difficoltà, ma respirava. E allora?… E allora era viva. Perché il respiro è vita.

Muoveva le labbra in silenzio, pregando Dio di avere pietà di lei. Adesso tutto era finalmente chiaro e ovvio. Era stata sepolta viva! Singhiozzò, pervasa dal terrore e dal dolore. Guaì, quasi come un cane.

“Oh! Non posso crederci! Non posso! Gesù, Giuseppe e Maria, aiutatemi!”

Comprese che avrebbe dovuto, anche solo per qualche momento, soffocare la paura dentro di sé per riflettere sulla situazione e riordinare i pensieri.

“Sì, sono dentro una bara. Ma dove? Se mi trovo in una tomba sotto il terreno è la fine. Sarà un’agonia molto lenta, fino al momento in cui si esaurirà fino all’ultimo l’aria all’interno della cassa… E se… E se non fosse così?”. Una volta aveva chiesto di essere sepolta nei sotterranei della chiesa parrocchiale…

Con una grande fatica a causa dello spazio ristretto, si voltò su in fianco, poi sulla pancia. Si sollevò sui gomiti e sulle ginocchia, spingendo con il dorso inarcato, spingendo con tutte le proprie forze sul coperchio della bara. La paura terrificante che provava moltiplicava le sue forze. Le faceva male la spina dorsale, ma non vi faceva caso, spingeva e spingeva senza fermarsi. Ma i suoi sforzi si rivelarono inutili. Le assi di legno, fresche, forti, impregnate di resina, scricchiolarono appena, ma non intendevano saltare via e liberarla da quella trappola.

Rimase per qualche tempo sdraiata sulla pancia, ansimando pesantemente e recuperando le forze.

Era determinata, non intendeva darla per vinta dopo il primo tentativo fallito.

“Se c’è della terra che preme sul coperchio mi stancherò e basta, senza ottenere nulla…”

Si sollevò di nuovo sui gomiti e sulle ginocchia e spinse di nuovo contro il lato superiore della bara. E all’improvviso…

“Oh! Grazie, mio Dio!” …all’improvviso riuscì a sentire un colpo secco. Era riuscita a spingere su uno dei chiodi che tenevano insieme la parte inferiore e quella superiore della bara.

Mai in tutta la sua breve vita aveva provato una tale gioia come in quel momento! Ormai sapeva che ce l’avrebbe fatta, che si sarebbe liberata, che sarebbe stata libera! Libera e in salute! Sicuramente in salute: dal momento che in lei c’era tutta quella forza, ciò significava senza ombra di dubbio che finalmente la malattia l’aveva abbandonata!

Ancora un piccolo sforzo… e ancora uno…

Di nuovo un colpo secco, di nuovo un chiodo che si allentava, poi si tese ancora un’ultima volta e spinse contro il coperchio, che saltò via repentinamente e con uno schianto sordo cadde giù e rovinò sul pavimento.

Si sedette e prese aria nel petto una volta, due, tre. Respirava a grandi boccate, fino a sentire un leggero capogiro. Era libera!

Ma poco dopo, non appena il senso di gioia si era sbiadito e affievolito, sentì di nuovo freddo. Si trovava all’interno di un sotterraneo, ma vi regnava un’oscurità imperscrutabile, per cui non riuscì a scorgere nulla né a trovare una via d’uscita.

Tastava con le mani tutt’intorno trovando ovunque altre bare. Capì di trovarsi all’interno di una cripta piena fino all’orlo di cadaveri. La ragione le suggerì che, dal momento che probabilmente non era passato molto tempo dal momento del funerale, la sua bara si trovava vicino all’entrata.

Ma come avrebbe potuto trovarla? E se anche l’avesse trovata, che direzione avrebbe dovuto seguire, dove sarebbe dovuta andare, dove avrebbe potuto trovare aiuto? Nonostante tutto, era piena di fiducia. Sicuramente la Provvidenza vegliava su di lei, dal momento che era riuscita a spingere via il coperchio e ad uscire fuori? Si consolò, pensando che anche in futuro il destino le sarebbe stato favorevole.

All’improvviso si rese conto che il buio della cripta mortuaria non era affatto così denso e nero come la pece, come le era sembrato in precedenza. Ecco che iniziava a percepire il contorno degli oggetti che la circondavano. L’oscurità appiccicosa stava chiaramente cedendo il passo al grigiore del mattino, che si stava lentamente risvegliando.

Si guardò intorno con attenzione, ispezionando con cura l’interno del sepolcro. Appena sotto al soffitto, così in alto che non l’avrebbe potuto raggiungere in nessun modo, sottile come la feritoia di una cinta muraria, vide il rettangolo di una finestrella che si riempiva piano piano di luce.

La sua bara si trovava vicino alla porta, a sinistra dell’entrata, il coperchio era caduto sul pavimento di mattoni, sul passaggio che dall’ingresso conduceva al muro di fronte, al quale era appeso un gigantesco crocifisso.

Camminò verso la porta, premette la grande maniglia assai arrugginita e, una volta aperta la porta, avrebbe voluto abbandonare quel luogo ripugnante. Ma la porta non si dischiuse. Chiusa a chiave, essa costituiva una barriera insuperabile.

Il senso di sgomento e terrore ritornò in una nuova ondata. Era in trappola.

“Mi metterò a gridare” – pensò guardando la piccola finestrella sotto al soffitto. – “Mi metterò a gridare. Qualcuno mi sentirà. Qualcuno mi deve sentire! Verranno a liberarmi! Mi faranno uscire da qui!”

Tremava, in preda ai brividi. Il freddo iniziò a paralizzare i suoi movimenti, tremava e sbatteva i denti. Si guardò intorno impotente alla ricerca di qualcosa che avrebbe potuto usare per coprirsi, ma oltre alle file di bare mute e qualche mozzicone di candela, lì dentro non c’era nulla.

“Oddio! Se non mi riscaldo non sarò in grado di emettere neanche un suono…”

Un pensiero le venne in mente, ma lo allontanò immediatamente, atterrita. Ma, man mano che il suo corpo iniziava a gelare sempre di più e aveva l’impressione che nelle sue vene non scorresse più sangue, ma rivoli d’acqua mista a frammenti di ghiaccio, permise a quel pensiero di annidarsi nel suo cervello definitivamente.

Saltellò sul posto per qualche tempo e agitò le braccia nel tentativo dar vita nel proprio corpo anche a una quantità minima di calore. Poi strofinò le mani una contro l’altra per far ritornare la sensibilità nelle dita e si avvicinò a una fila di bare, nuove a prima vista, che non erano marce da tempo e che non si sbriciolavano al tatto.

Tentò di sollevare i coperchi con le mani. Una volta, due, cinque. Erano fissate saldamente con dei solidi chiodi. Finalmente uno dei coperchi si aprì, rivelando il proprio macabro contenuto.

All’interno giaceva un uomo mezzo marcio, con indosso, chissà perché, un caldo caffettano di raso foderato di pelliccia di zibellino. Oh, era proprio ciò di cui aveva bisogno! Sebbene il fetore l’avesse colpita direttamente sul viso facendole venire la nausea, sapeva che solo quel caffettano avrebbe potuto salvarle la vita proteggendola dal freddo penetrante.

Con disgusto sfilò i grossi bottoni massicci, fatti d’argento ormai annerito e decorati con un motivo stravagante. Con disgusto sollevò una delle braccia del defunto verso l’alto e sfilò la manica. Poi fece lo stesso con l’altra. Sotto le dita sentiva il corpo molle del cadavere che si sfaldava. Non toccava direttamente il marciume, isolato grazie allo spesso strato di indumenti indossati dal defunto, ma non riuscì comunque a sopportare il senso di disgusto e sentì lo stomaco strisciarle fin sotto alla gola.

L’impresa più difficile fu sfilare il caffettano da sotto alle spalle del cadavere. Ma riuscì anche in quello. Richiuse la bara al più presto possibile e corse via con la refurtiva fin sotto la porta. Il caffettano puzzava, puzzava così forte che avrebbe voluto gettarlo lontano, ma il gelo la attaccò di nuovo con il doppio della forza. Si avvolse dunque nella pelliccia di zibellino e, dopo qualche tempo, iniziò finalmente a provare un senso di sollievo. Aveva caldo. Ma la sua sofferenza non era finita. Questa volta, infatti, fu il suo stomaco a rivendicare i propri diritti. Ciò che aveva fatto era ripugnante, ma aveva conquistato un vestito; per quanto riguardava il cibo, però, non avrebbe potuto fare altro che immaginarlo in sogno.

Si sedette sul coperchio della bara, adagiato sul pavimento di mattoni, e scoppiò a piangere. Il pianto le portò un po’ di sollievo, ma non affievolì affatto la fame che provava.

La fame le dilaniava le interiora, le comprimeva in un crampo doloroso, le serrava lo stomaco. Oh, un solo boccone, solo un misero boccone! Grattò via un pezzetto di intonaco dalla parete e tentò di masticarlo ma, quando la sabbia le scricchiolò tra i denti, lo sputò disgustata. Fu allora che il suo sguardo cadde sui mozziconi delle candele di cera che si trovavano per terra accanto alla porta.

Li sollevava uno alla volta, ne mordeva via un pezzetto, lo mandava giù. E, nonostante ci fosse soltanto una quantità minima di quell’alimento, la sua fame venne placata.

Fu allora che iniziò a gridare. A gridare con tutte le proprie forze.

– Qualcuno mi aiuti! Aiuuuto! Aiutatemiii!

Le parole rimbalzavano sordamente dalle pareti della cripta, ritornando verso di lei ormai smorzate.

Gridò fino a quando non ce la fece più, poi si sedette, riprese fiato con la bocca spalancata e si riposò e, una volta che il suo cuore, impazzito per lo sforzo, aveva ripreso di nuovo a battere in maniera ritmica, ricominciò a gridare ancora.

– Ehilààà!!! In nome di Dio!!! Aiutooo! Fatemi uscire di qui! Fatemi uscire!

L’alone di luce grigiastra del sotterraneo iniziò a cedere il passo al buio sempre più denso. Il giorno stava volgendo al termine e nessuno veniva ad aiutarla. Con la voce roca per le grida, stanca, affamata e assetata, si appoggiò sfinita alla porta che separava il mondo dei morti dal mondo dei vivi e cadde in una sorta di dormiveglia.

Fu tormentata da terribili visioni notturne, più e più volte interrotte da un fremito che la risvegliava. L’incubo del giorno si trasformò nell’incubo della notte. La gioia del recente senso di speranza venne respinta dalla disperazione e dal terrore.

Ma non voleva cedere alla negatività. Un residuo di fede si celava ancora nel suo cuore. Un residuo di fede nella possibilità che la salvezza sarebbe dovuta giungere insieme al mattino. Al mattino, quando il canto dei galli giunse da chissà dove oltre della Vistola, e lei cadde finalmente in un sonno profondo che le donò riposo e sollievo.

Un barlume grigiastro illuminò l’interno del sepolcro non appena fu sveglia e aprì gli occhi. Sentì un gran dolore in tutte le ossa a causa della notte passata scomodamente in posizione accovacciata. Si alzò, dunque, e si sgranchì fino a farsi scricchiolare le articolazioni.

Non aveva freddo, la pelliccia di zibellino svolgeva perfettamente il proprio compito. Non aveva nemmeno fame. In cambio, però, la sua mente venne pervasa da un solo, unico bisogno:

“Bere! Bere! Bere!…”.

Ogni più piccola fibra, ogni tendine, ogni ossicino, tutto il suo corpo implorava un po’ d’acqua, pretendeva un po’ d’acqua, esigeva un po’ d’acqua, desiderava un po’ d’acqua! Tutto il resto, anche la necessità di uscire fuori da quel sotterraneo, tutto il resto divenne meno importante. Tutto, pur di inumidirsi le labbra inaridite. La lingua, ormai gonfia, non aveva più molto spazio all’interno della bocca.

Sul muro di pietra, sporco e biancastro, molto più in basso rispetto alla finestrella, si era depositata della rugiada. Vi avvicinò la bara, la mise in piedi e, arrampicatasi su quell’appiglio instabile, attaccò le labbra alla pietra.

Leccava via una goccia dopo l’altra, cercando di non perderne, di non sprecarne o saltarne nemmeno una. Ma quando le ebbe bevute tutte, la sua sete non venne affatto placata, al contrario.

Scivolò giù dalla bara, si avvicinò alla pesante porta di quercia, cadde in ginocchio, picchiò con i pugni contro le pesanti assi di legno, sussurrando e gemendo allo stesso tempo:

– Santo cielo! Aiuto!…

Toccò involontariamente con la mano la propria camicia e sentì che era bagnata. Evidentemente mentre leccava via la rugiada la stoffa si era impregnata per l’umidità. La prese, dunque, tra i denti e la masticò, succhiandone via tutto il possibile, ansimando silenziosamente.

In quel momento alle sue orecchie giunse il rumore di passi umani. Qualcuno si stava avvicinando…

“Grazie, mio Dio, grazie per avermi ascoltata! Grazie, Gesù Cristo, per avermi aiutata!”

Qualcuno si stava avvicinando alla cripta.

Ecco lo sferragliare del ferro contro il ferro. Una chiave veniva infilata nella serratura. Lo stridio del chiavistello che cedeva. Si scostò un poco, in modo che chi stava per entrare non le precipitasse addosso e si alzò in piedi, sempre masticando la camicia umida per ingannare la sete.

La porta si aprì con il cigolio impietoso dei cardini consumati dalla ruggine. All’inizio scorse una mano con una candela, poi il becchino che entrava all’interno. Dietro di lui comparve la sagoma di un sacerdote con indosso l’abito talare e la berretta.

Vedendola, il becchino si fece prima il segno della croce, poi sputò per tre volte e, avvicinandosi alla donna con un balzo, prese a tirarle la camicia via dalle labbra.

“Perché mai lo sta facendo?” – le passò per la testa. – “Perché?”

L’uomo non si arrendeva, le strappava via la camicia un pezzo per volta, mentre lei vi serrava istintivamente i denti.

– Vede, padre, glielo avevo detto che qui non avremmo avuto a che fare con un essere umano. È una strega! Sta divorando la propria camicia funebre! Più chiaro di così! – disse il becchino scaraventando la donna per terra e premendole le proprie ginocchia contro il petto.

– Mi passi il badile, reverendo, è lì, sotto la porta. Che dio ci aiuti! Non c’è altro modo!

Senza entrare nella cripta il prete si sporse soltanto il più in avanti possibile oltre la soglia, e passò l’oggetto al becchino.

Quest’ultimo si alzò, spingendo con tutte le proprie forze la donna a terra con il piede e impedendole di eseguire qualsiasi movimento.

Lei gemeva appena, e in quel suo gemito era possibile distinguere delle singole parole:

– Gesù… aiuto… Gesù… aiuto…

Sentendo quelle parole il prete entrò nel sepolcro per avvicinarsi alla donna a terra, ma il becchino lo trattenne con un gesto:

– Non può essere altrimenti, si tratta di una possessione diabolica!

Poi sollevò in alto il badile e, con un ampio slancio, ne infilò la punta nella gola della donna. Quest’ultima rantolò in maniera così raccapricciante che un brivido di sgomento corse lungo la schiena dei due uomini, poi la donna prese a dimenarsi, picchiando il pavimento con le mani e grattando con le dita.

Il becchino non cedeva, alzava il badile e colpiva, colpiva, colpiva. Quasi in preda al delirio, picchiò fino a quando non riuscì a staccarle la testa dal corpo. La testa rotolò fin sotto ai piedi del prete, che saltò via intimorito. Dal collo del cadavere schizzò un fiotto di sangue.

Colò a lungo, raccogliendosi in una grande pozzanghera. Sulla sua superficie vitrea si specchiava la luce danzante della candela.

– Reverendo, può anche andare ad occuparsi dei suoi doveri. Adesso posso cavarmela anche da solo. Grazie a Dio abbiamo rimediato in tempo al male che, dall’interno di questo sepolcro, si sarebbe potuto diffondere in tutta la città. Grazie a Dio, appena in tempo…

* * *

“et accade siffatta mirabilia con l’huomini che siam soliti di chiamar strega et phantasma, ch’elli cerchino di divorar lo drappo funebre che han indosso, et poscia la morte lo sangue d’essi sgorga: et essi non cognoscono, essendo innocenti, che donna di magna damnatione li sottrae poscia lo parto, pacta tra intiere casate et familiae fabrica con lo Dimonio, acciocché siffatta mirabilia poscia la morte avvenga et acciocché questi o quelli la morte colga; egualmente a ciò che accadde il giorno dalla Incarnatione del nostro Signore 6 marzo M.DC.XC.III presso la ecclesia di Sandomiria, ove ne lo sepolcro al decorrer di molte dimeniche fu rinvenuta una foemina a divorar lo drappo funebre suo, et esso fu con magna coercitione de’ suoi denti recuperato, et poscia che lo suo capo venne mozzato con lo badile, lo sangue come da corpo vivo da lo cadavere sgorgava, io stesso l’avea visto con somma palpitatione. S’un non abbia voglia di mozzar lo capo in siffatta guisa puote altresì, poscia la morte, infilar in bocca al defunto una pietra, onde lo pactum con lo Dimonio venga spezzato.”
(PROCESSO LEGALE ATTORNO A LO PARGOLO INNOCENTE ETC. ETC., DE LO PRETE STEFANUS ŻUCHOWSKI, DOCTOREM DE AMBO LE LEGGI, ARCIDIACONO, UFFICIALE ETC. SANDOMIRIANO ETC. ETC. SANDOMIRIA A.D. M.DCC.X.III, p. 126).

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VERSO L’ORIZZONTE - JAKUB E MALGORZATA



Andrzej Juliusz Sarwa

VERSO L’ORIZZONTE (2)

racconti straordinari

tradotte da Marco Valenti


JAKUB E MALGORZATA

Oltre la finestra il buio sporco del tardo autunno si faceva sempre più fitto. La pioggia batteva sui vetri, mentre il vento ululava tra i rami di un elegante pioppo che cresceva proprio di fronte alla finestra.

Małgosia era rientrata dal lavoro stanca e affamata. Con un certo sollievo si tolse le scarpe all’ingresso e si infilò le pantofole morbide e consunte. Pensò che finalmente era giunta la fine dell’ennesima giornata. Una giornata esattamente identica a innumerevoli altre, che si disponevano in settimane, mesi, anni.

Oggi sentiva di nuovo in maniera più dolorosa del solito la forza della corrente del tempo, quella corrente che la stava portando sempre più lontano dalle coste verdeggianti della giovinezza. Era felice? Ormai non lo sapeva più. Sapeva, invece, soltanto una cosa, sapeva che il tempo la stava trascinando verso qualcosa che temeva in maniera inconscia e che avrebbe voluto raggiungere il più tardi possibile. Ma dipendeva forse da lei?

Esalò un profondo sospiro e, una volta entrata in bagno, aprì il rubinetto dell’acqua calda. Si lavava le mani e il viso con cura. Come se in quel modo tentasse di liberarsi della tristezza che le si era attaccata addosso. Finì di asciugarsi con un asciugamano ormai non troppo pulito, pensando al contempo a cosa avrebbe potuto preparare a pranzo per i bambini che fra un’ora, al massimo un’ora e mezza, sarebbero dovuti rientrare da scuola e per il marito, che si sarebbe fatto rivedere soltanto per le undici, poiché oggi lavorava al secondo turno.

Quando riappese l’asciugamano al gancetto attaccato sopra al lavandino sentì il rumore lungo e penetrante del campanello. Si mosse verso la porta malvolentieri, aprì lo spioncino e guardò fuori. Nella fitta oscurità della tromba delle scale scorse il contorno indistinto di una figura umana.

– Chi è? – chiese.

In risposta, però, sentì di nuovo il campanello. Questa volta fu breve, ma le vibrò nei timpani in maniera altrettanto penetrante, quasi dolorosa.

– Chi è? – ripeté la domanda.

Passò qualche momento, infine le giunse la voce smorzata di un uomo:

– Apri… Małgosia.

Sentendo quelle parole, ruotò la manopola della serratura, poi premette la maniglia. La porta si scostò con il leggero cigolio dei cardini non oliati da tempo.

Una macchia rettangolare di luce si stese sul pavimento del corridoio, e proprio in mezzo ad essa si stagliava la figura di un uomo.

In un primo momento non lo riconobbe. Forse perché ormai erano passati quindici, o anche diciassette anni da quando l’aveva visto l’ultima volta? O forse il motivo era un altro? Era lì di fronte a lei, con indosso una giacca di stoffa molto rovinata, il capo scoperto, i capelli appiccicati in alcuni boccoli da cui l’acqua scendeva a rigargli le guance. O forse perché tra tutti i suoi conoscenti lui era quello che meno si sarebbe aspettata di vedere lì in quel momento?

Se ne stava in piedi davanti alla soglia così, con le braccia abbandonate lungo i fianchi, bagnato e forse anche stanco.

– Non mi inviti ad entrare? – chiese, mentre il tempo passava ed entrambi rimanevano fissi e in silenzio l’uno di fronte all’altra.

– Ma sì! Certo! Entra, prego!

Era leggermente irritata e parlava con la voce un po’ alterata. Perché? Mah, non lo sapeva neanche lei e si sentiva addirittura arrabbiata con sé stessa, perché si stava comportando come una ragazzina.

– Entra, Jakub – rinnovò l’invito, spostandosi al contempo dalla porta per fare posto all’uomo.

Non appena fu dentro lei sbatté la porta e istintivamente girò la manopola della serratura.

Lui se ne stava in piedi all’ingresso, come se non riuscisse a decidere cos’altro fare, se restare in quell’appartamento caldo, luminoso, accogliente, oppure chiedere scusa alla padrona di casa, salutare e uscire al più presto nel crepuscolo, che ormai aveva quasi assunto la tonalità della notte.

– Oddio, sei tutto bagnato!

Małgorzata si avvicinò al nuovo arrivato e lo aiutò a spogliarsi. Quando Jakub si chinò per slacciarsi le scarpe, lei lo trattenne:

– Lascia perdere! Non c’è bisogno.

Lo accompagnò nella stanza in cui solitamente accoglieva gli ospiti. Jakub si sedette in una grossa poltrona morbida e prese a guardarsi intorno incuriosito. Intorno si poteva notare un certo benessere, anche se non si trattava di vero e proprio lusso.

Dalla cucina giunse il fischio del bollitore. Lungo, acuto, penetrante.

– Ti chiedo scusa, vado a preparare il tè. O preferisci un caffè? – disse la donna.

– Va bene anche un tè.

Qualche momento dopo, mentre fissavano in silenzio i bicchieri pieni di quell’infuso dorato come l’ambra e la quiete era disturbata soltanto dal rapido battito delle grandi gocce di pioggia sul davanzale di metallo, Małgorzata nascose il viso tra le mani e scoppiò a piangere.

I singhiozzi scuotevano tutto il suo corpo e le lacrime fluivano tra le sue dita.

Jakub si alzò dal suo posto, si avvicino alla donna in lacrime e la abbracciò delicatamente.

– Va tutto bene, tutto bene – sussurrava mentre le baciava i capelli.

– No! Non va bene! Va tutto male e tu lo sai benissimo, così come lo so io.

– Ma prima andava tutto bene…

– Smettila! Non tormentarmi! Non mentire! Sarebbe potuto andare tutto bene. Sì, che sarebbe potuto andare tutto bene! Ma non è andata affatto così…

– Sì, lo so. È colpa mia.

Smise di piangere, si strofinò le palpebre rosse e gonfie con la manica sgualcita della maglietta che aveva indosso e infine lo scrutò con attenzione negli occhi:

– Perché lo dici?

Lui scrollò le spalle:

– Perché è vero.

Lei si alzò. Gli cinse il collo e, allo stesso tempo, si strinse con tutte le proprie forze al suo petto. Iniziò a singhiozzare di nuovo.

– Oh, Jakub! Kuba!

– Va tutto bene, tutto bene… – prese a tranquillizzarla.

E poi le loro labbra si trovarono istintivamente.

Il vento ululava fuori dalla finestra, trascinando ondate di grosse gocce di pioggia che rimbalzavano con fragore contro i vetri e i parapetti di metallo. Da oltre la parete provenivano i suoni di un pianoforte, dal quale le mani di un bambino, inesperte e non avvezze ai tasti, tentavano di tirar fuori una melodia.
Lei lo allontanò.

– Smettila. Non ha senso. Tu hai la tua vita, io ho la mia. Tra qualche minuto i miei figli rientreranno da scuola. Tu te ne ritornerai da dove sei venuto…

– No! No! – la interruppe violentemente. – Mi è costato troppo riuscire a venire da te, lo aspetto da troppo tempo, e ora che i miei sogni si sono realizzati non posso semplicemente uscire e andarmene nel buio e nella pioggia. Per sempre…
– Cos’hai in mente, allora?

– Ancora non lo so… O meglio, so soltanto una cosa: noi ci apparteniamo ancora l’uno all’altra… Come allora… Ricordi?

Lei sentì di nuovo un doloroso nodo alla gola e le lacrime raccogliersi sotto le sue palpebre.

– Ricordo. Sì, ricordo? E allora? Sono passati così tanti anni… Pensi che ora, dopo tutti questi anni, lascerò la casa, i bambini, e me ne andrò via con te? Cosa puoi darmi oltre a ciò che ho già?

– Me stesso – disse in un sussurro appena percettibile.

– Te stesso? Avresti dovuto farlo allora, anni fa…

– Sai benissimo che non potevo.

– Ah, sì, non potevi! Non potevi perché avevi una moglie!… E pure dei bambini… Proprio come io oggi… E adesso vieni qui da chissà dove e pretendi che io faccia ciò che tu ti sei rifiutato di fare? Vuoi che abbandoni la mia famiglia e vada via con te? Dove? Cos’è cambiato? Non hai più scrupoli? Sarai mica diventato vedovo?

– Sì e no. Diciamo che sono libero.

– Non mi dici nient’altro?

– A che scopo? Ascolta, Małgosia, non voglio portarti via ai tuoi figli. Non voglio distruggere la tua famiglia. Voglio che ci apparteniamo di nuovo l’uno all’altra, sia anche per pochissimo tempo. Completamente, fino alla fine. Non interrompermi – alzò la mano. – Non interrompermi, fammi finire.

Tacque per un momento, come se stesse raccogliendo i pensieri, poi riprese a parlare con voce sommessa:

– So perfettamente che né ora né mai hai amato tuo marito. So bene, non negarlo, che per tutti questi anni hai pensato solo a me, che mi hai desiderato e che mi hai chiamato. E allora perché, ora che i tuoi sogni si sono realizzati, pretendi che me ne vada?

Lo guardò per qualche tempo, poi nascose il viso tra le mani e prese a singhiozzare.

– Oddio, oddio, perché è tutto così difficile…

– Mi hai chiamato nei tuoi pensieri, mi hai sognato… Per tutti questi anni mi hai sognato… E adesso non puoi cacciarmi via così.

– Kuba… Kuba… – si strinse di nuovo al suo petto, cercando con le proprie labbra le sue. Poi si scansò bruscamente. – Va bene. Lo so che hai ragione. Sì, ti desideravo e ti desidero ancora. Ma adesso vattene. I bambini possono rientrare da un momento all’altro.

Lui si alzò lentamente e si diresse verso la porta:

– Vuoi che torni?

– Sì.

* * *


Il pomeriggio di quel giorno di settembre era afoso. Małgorzata aveva un appuntamento con quel giovane uomo non perché le piacesse, non lo si sarebbe di certo potuto definire attraente, ma perché l’aveva intrigata.

Due giorni prima aveva chiesto a uno sconosciuto un piccolo favore, dicendogli che in cambio lo avrebbe invitato a prendere un caffé. Così, per parlare. Non sospettava che quello sconosciuto, che aveva visto per la prima volta (come anche lui con lei, del resto), avrebbe acconsentito ad aiutarla, né tanto meno considerava in maniera seria quella promessa di un incontro davanti a un caffè.

E, invece, lui fece ciò che lei gli aveva chiesto e addirittura le telefonò per dirglielo.

Si sentiva piuttosto imbarazzata. Anche se il ragazzo se l’era meritato, non aveva affatto voglia di affrontare quell’incontro, quel caffè con uno sconosciuto. D’altro canto, però, si sentiva tormentata dalla consapevolezza del fatto di dover mantenere la parola data,  l’uomo l’aveva intrigata particolarmente.

Era seduto su una delle panchine di una piccola piazzetta, ai piedi di un nobile tiglio frondoso, le cui minute foglie a forma di cuore, per quanto fossero ancora vive, avevano perso la freschezza che avevano avuto in primavera. Nonostante l’afa, nell’aria si percepiva ormai l’autunno imminente.

Lei gli si avvicinò. Lui si alzò in piedi quando la vide, e quando lei gli porse la mano lui la baciò con una certa galanteria piuttosto all’antica, che non si addiceva molto a quel luogo e a quel contesto.

– Chiamiamoci per nome, sarà più semplice – propose lui.

– Małgośka – rispose lei.

– Kuba – disse lui.

Calò un silenzio imbarazzante. Né l’uno né l’altra sapeva di cosa parlare. Małgorzata stava pensando se dovesse sedersi sulla panchina quando Jakub parlò di nuovo:

– E allora?

– Allora cosa?

– Allora devo insistere su quel caffè che mi hai promesso.

Lei scoppiò a ridere:

– E va bene. Ma dove andiamo?

Jakub restò in silenzio per qualche momento, poi disse timidamente:

– Se sei d’accordo vorrei invitarti a casa mia. Ho del caffè e un dolce…

– Ah, è così! – esclamò con finta indignazione. – Mi stai tendendo una trappola!

Lui sorrise timidamente e arrossì così forte che lei provo pietà per lui.

– No, no! Non avevo in mente nulla di perverso… Che Dio me ne salvi…

Lei sapeva che lui l’aveva detto in maniera sincera

– E allora… va bene. Facciamo così. Ma ricordati che devi comportarti bene! – sorrise all’uomo.

– Certamente. Puoi stare tranquilla.

– Da che parte andiamo? – chiese.

Lui allungò la mano mostrando la direzione. Fu in quel momento che i raggi del sole fecero brillare una fede al suo dito. Małgorzata si fermò di colpo.

– Sei sposato? – chiese, e nel suo tono risuonò una nota accusatoria.

– Sì.

– E sicuramente avrai anche dei figli?

– Ho anche dei figli.

Rimasero in piedi l’uno di fronte all’altra, fissandosi negli occhi. Małgorzata esitava. Non sapeva cosa fare. La ragione le suggeriva di salutare l’uomo al più presto possibile e andare per la propria strada, lasciandolo lì, in quella piazzetta. Ma d’altro canto si sentiva tentata da qualcosa, era tentata sempre di più di non seguire il buonsenso e di accettare il suo invito.

– E dov’è tua moglie, dal momento che che mi porti a casa? – chiese con una voce che non era la sua. Sentì la gola farsi secca e una lieve contrazione alla laringe.

– È partita per qualche giorno… con i bambini…

Lei non fece più altre domande. Prese la sua mano tra le proprie, poi, dopo averla lasciata, disse sottovoce:

– Andiamo, allora…

E una volta giunti a destinazione, dopo aver assaggiato il dolce alle mele e aver finito il caffè, chissà come si ritrovarono seduto l’uno accanto all’altra. Vicini, molto vicini. Così vicini che di più sarebbe stato impossibile.

Lui cercava di non imporsi. Manteneva la parola data, ma lei percepiva che avrebbe preferito comportarsi diversamente. Rimasero in silenzio, mano nella mano. Senza guardarsi l’un l’altra.

Oltre la finestra spalancata stava calando lentamente il crepuscolo. La grande sfera del sole, di un arancione dorato, si era nascosta oltre l’orizzonte, nel cielo erano rimaste soltanto le lunghe strisce delle nuvole che, illuminate dal basso, brillavano di viola, rosso e rosa.

– Devo tornare a casa – disse Małgorzata.

– Sei sicura? – chiese.

– Devo tornare a casa – ripetè.

E fu allora che si baciarono timidamente e con cautela. Per la prima ed ultima volta quel giorno.

Quando lui stava per richiudere dietro di lei la porta che dava verso le scale, lei si voltò per guardarlo negli occhi ancora una volta. Si sorrisero a vicenda, sapendo che si sarebbero sicuramente incontrati di nuovo.

* * *

Nell’oscurità della notte, sotto allo scintillio di una miriade di stelle, nel bagliore argenteo della luna, tra il profumo delle foglie piene di rugiada dell’acero, i cui rami facevano capolino nella finestra aperta della sua stanza, Małgorzata stava seduta con il capo appoggiato sui pugni chiusi, meditando su ciò che le era capitato quel giorno.

All’inizio sentì un grande stupore, in fondo al quale c’era non poco piacere. Non avrebbe mai pensato che una “conoscenza-non conoscenza”, nata così per caso, si sarebbe potuta trasformare in qualcosa di più. Nel frattempo, invece, aveva capito che tutto la stava conducendo proprio in quella direzione.

Più il tempo passava, più si sentiva nostalgica. Socchiuse gli occhi, rievocando sotto alle proprie palpebre l’immagine di Jakub. Sapeva già che ciò che durante l’ultimo pomeriggio le era germogliato dentro non era altro che… amore.

Ma tornò subito a pensare sobriamente.

Da un lato non era in grado di liberarsi dall’immagine di Jakub, dall’altro sapeva che quel sentimento e quella relazione non avrebbero potuto avere un futuro. Non era una conquistatrice spietata, non sarebbe sentita capace di portare via un padre ai propri figli…

Si addormentò mentre l’orizzonte iniziava a schiarirsi.

* * *

– Małgośka!

Si voltò. Jakub la stava inseguendo di corsa sul marciapiede quasi vuoto. Lei non si fermò, anzi, allungò il passo.

– Małgośka!

La chiamò di nuovo, ma lei rimase impassibile. Lui la raggiunse leggermente affannato e le strinse forte il braccio. Lei se ne liberò bruscamente.

– Perché scappi? – le chiese. – Cos’è successo?

– Niente. Non ho più voglia di incontrarti e basta.

– Ma perché?! Perché?!

Lei allungò ancora di più il passo.

– Ma vuoi rispondermi? Ieri eri completamente diversa!

– Forse. Del resto… non pensare a quello che è successo ieri. Tutto ciò non ha senso… Nessun senso… Nessun futuro…

Corse via, senza voltarsi verso Jakub. Lui, invece, si fermò e restò a guardare, guardò a lungo, guardò la figura della ragazza che si allontanava nella prospettiva della strada, fino a sparire dietro l’angolo di una vecchia palazzina cadente.

* * *

Non era in grado di vivere senza Jakub. Non riusciva ad immaginarsi un futuro senza Jakub. Di giorno pensava a lui, di notte egli la raggiungeva nelle sue allucinazioni oniriche. Avrebbe voluto combattere quel senso di stordimento che la opprimeva, ma non sapeva come.

Credeva che l’antidoto migliore contro quello stupido amore da ragazzina sarebbe potuto essere qualche altro uomo. Ma non fu così. Incontrò più volte uomini diversi, ma quegli incontri non le consentirono affatto di dimenticare Jakub, al contrario, facevano in modo che i pensieri di Małgorzata ritornassero dolorosamente verso Jakub.

Il suo aspetto e il suo comportamento dovevano essere davvero diversi dal solito, dal momento che le amiche e i parenti avevano notato che era molto cambiata. In peggio.

La sua battaglia interiore durò molto a lungo, da settembre fino all’aprile dell’anno successivo.

La primavera giunse prima del solito. Le giornate calde e piene di sole, l’erba rigogliosa e verdeggiante e un numero sempre maggiore di fiori erano la prova che l’inverno se n’era andato definitivamente.

Il mattino era sereno, l’umore di Małgorzata era migliore del solito. Subito dopo essersi svegliata, ancora coricata e con gli occhi chiusi, ripensò a tutto ancora una volta. E fu allora, dopo mesi di ansie e di dubbi, che comprese finalmente e fino in fondo che si sarebbe dovuta arrendere, e che o sarebbe ritornata con Jakub, oppure non avrebbe mai più recuperato il suo equilibrio interiore, non sarebbe mai più stata la stessa persona che era prima di conoscerlo.

Dopo aver preso quella decisione si sentì subito molto meglio. Il mondo le sembrò di nuovo un luogo luminoso e amichevole, aveva perso quel colorito grigio e aveva recuperato i colori. Non pensò affatto a come avrebbe potuto ritornare con Jakub, anche perché lui, dal canto suo, aveva ormai da tempo rinunciato a lottare per il loro amore.

All’inizio aveva tentato di convincerla ad incontrarsi telefonandole, scrivendole delle lettere, attaccando bottone per strada. Ma quando vide che tutto ciò non portava alcun risultato, che Małgorzata rimaneva inflessibile e faceva di tutto per evitarlo, egli comprese che i suoi sforzi erano inutili e che lui stesso rischiava di risultare ridicolo.

* * *

Małgorzata camminava tranquilla sullo stesso marciapiede di quella stessa via, sulla quale una volta aveva cercato di sfuggire a Jakub. Nella sua mente si dimenava un pensiero tanto stupido quanto inopportuno:

“Se adesso lo incontrassi tutto si sistemerebbe. Sarei felice insieme a lui.”

Lo scorse accanto al chiosco dove aveva l’abitudine di comprare e sigarette.

– Jakub! – esclamò.

Sorpreso, egli si voltò. Stupito, guardò la ragazza. Lei non sapeva più come comportarsi, cosa dire. Ma avrebbe pur dovuto dire qualcosa.

– E allora, come stai?

Fu l’unica cosa che le passò per la testa. Si rese conto di quanto fosse difficile, di quanto si sentisse stupida e fuori luogo.

– Io? Così, così. Normale – rispose lui.

Rimasero in piedi l’uno di fronte all’altra per qualche tempo, in silenzio. Infine Małgorzata parlò di nuovo:

– Dove stavi andando?

– A fare una passeggiata, al parco. Se hai tempo e voglia puoi farmi compagnia.

– Sì – acconsentì senza indugio.

Rimasero seduti a lungo, molto a lungo, sulla panchina scomoda e dura del parco. Parlarono poco, ma riuscirono a dirsi le cose più importanti.

E da quel momento in poi presero a sgattaiolare via di casa per vedersi, e quegli incontri sarebbero dovuti rimanere segreti. E così passò la primavera, passò l’estate. Il loro amore cresceva e diventava sempre più meraviglioso e, anche se è difficile da credere, non andarono mai oltre il bacio.

Si desideravano a vicenda, ma Małgorzata non voleva superare quella linea sottile che separa un amore ideale dall’amore fisico. Preferiva che tutto rimanesse così com’era, irrealizzato. O forse voleva qualcosa di diverso: ossia, che fossero entrambi consapevoli del fatto che la realizzazione dei loro desideri era proprio lì, a portata di mano, e che vi rinunciavano deliberatamente.

Lei: poco più di una ragazzina, il suo era quasi un amore da ragazzina, nonostante percepisse anche i desideri del corpo. Lui: un uomo già maturo, tormentato dal desiderio, non faceva pressioni su di Małgorzata, non insisteva, cercava di non imporsi e, nonostante la decisione che lei aveva preso gli dispiacesse, la rispettava. Era forse rimasto affascinato dalla purezza del loro amore? Aveva forse paura di perdere la prima e l’unica donna della sua vita che lo aveva scelto seguendo i bisogni del cuore e non, come aveva fatto la moglie, in maniera freddamente pragmatica?

* * *

Małgorzata si aggirava furtivamente tra le palazzine con il capo chino. Era convinta che tutte le persone di passaggio la fissassero con disapprovazione. Allungò il passo. Affrontò le scale quasi di corsa. Si fermò davanti a quella porta che ormai conosceva bene. Il cuore le batteva nel petto come impazzito per lo sforzo, per la paura, per la tensione. Per la seconda volta in tutta la sua vita sarebbe rientrata in quella casa. La prima volta era stata un anno fa…

Bussò piano piano, come se, bussando con più vigore, temesse di attirare l’attenzione dei vicini. La porta si aprì senza alcun rumore e, non appena ella si trovò all’interno, senza alcun rumore si richiuse.

Rimasero seduti l’uno accanto all’altra, abbracciati. Quel mattino d’inizio primavera fu un unico, lungo bacio. Iniziava già a calare la sera quando Jakub tentò di superare quello stretto confine che li teneva ancora separati. Desiderava la loro unione. Lei lo sentiva tremare. E quel tremore si diffuse anche sul suo corpo.

Non si oppose quando lui riempì di baci i suoi seni scoperti e le sue gambe. Małgorzata socchiuse gli occhi nell’attesa dell’appagamento finale.

Ma all’improvviso Jakub si scostò bruscamente. Stupita, aprì gli occhi, si sistemò istintivamente i vestiti e lo guardò. Se ne stava seduto sul bordo del divano con il volto nascosto tra le mani.

– Cos’è successo? – gli chiese. Nella sua voce si poteva percepire una certa irritazione. – Cos’è successo? – ripeté stizzita.

– Perdonami. Perdonami, amore. – diceva Jakub. – Non posso, non posso…

– Perché? Che sciocco che sei! – lo strinse con le braccia, appoggiò la propria guancia contro quella di lui. – Ti aiuto io – disse accarezzando i capelli scomposti dell’uomo con delicatezza, con la punta delle dita …

– Non è così, Małgosia. Non è quello che pensi. Io… cerca di capirmi bene, io non riuscirei mai a farti del male… Io… dopo una cosa del genere, io non potrei fare altro che restare con te… Dovrei scegliere di vivere soltanto insieme a te…
Lei sentì un nodo alla gola. Con una certa difficoltà riuscì a buttar fuori una domanda:

– E allora?…

– Devi capirmi!

– E allora perché non resti… soltanto con me?

Lei si spaventò di quanto ardite fossero state quelle parole. Non riusciva a capire sé stessa. Non comprendeva dove avesse trovato il coraggio di pronunciarle. In realtà, sapeva benissimo che non sarebbe stata in grado, non sarebbe mai stata in grado di lottare per averlo. Di portarlo via alla sua famiglia. Di tenerselo solo per sé.

Lui non riuscì a sopportare il suo sguardo. L’espressione di quegli occhi azzurro scuro, quasi blu, in cui si dipingeva stupore misto ad un’accusa. Quegli occhi che sembravano quasi gridare:

“Mi hai ingannata!… Ingannata!…”

– Non posso abbandonare i bambini – sussurrò.

– Sì, capisco…

Rimasero seduti ancora a lungo, in silenzio. Lui tentò di prenderle la mano, ma lei la allontanò e si rannicchiò dall’altro lato del divano.

I minuti passavano lenti, poi confluivano in ore. Oltre la finestra il cielo si era fatto oscuro, il crepuscolo era strisciato fuori da ogni angolo e si era allargato tutto intorno. I lampioni illuminarono la strada.

– Devo andare – disse Małgorzata.

– Sì, lo so – rispose Jakub.

La accompagnò all’ingresso. Appoggiò la mano sulla maniglia.

– Ricorda, Małgosia, non ho potuto fare diversamente… Ti amo troppo, non avrei mai il coraggio di farti del male. Ma non ho il diritto di fare del male ai miei figli Che tutto ritorni come era prima del nostro primo incontro.

Lei riusciva a percepire quanto lui stesse soffrendo. Condivideva quella sua sofferenza, ma non avrebbe voluto dimostrare neanche un accenno di compassione nei confronti di Jakub.

– Ti amo, Małgosia.

Lei si mise a piangere. Lui l’abbracciò, lei si strinse al suo corpo con tutta la propria forza. E subito dopo si scostò bruscamente.

– Devo andare – disse ancora una volta.

– Ti amerò sempre…

– Anche io…

Małgorzata uscì sulle scale buie. Procedeva verso il basso aggrappandosi spasmodicamente alla ringhiera. La porta si chiuse dietro di lei senza alcun rumore.

Rimasero da soli, ognuno col proprio amore. Con quell’amore che sembrava loro l’unico e il più importante. Quell’amore che non aveva avuto la possibilità di realizzarsi. Quell’amore che non avrebbe mai avuto la possibilità di realizzarsi… Mai? Probabilmente mai… Sicuramente mai…

“Mai”, quella parola pulsava dolorosamente nella coscienza di Jakub e di Małgorzata. Non lasciava alcuna speranza. Era dura e crudele.

In seguito, la ragazza non si recò subito a casa. La notte vagò ancora a lungo tra le stradine deserte. Cercò di pregare, chiese a Dio che tutto potesse ritornare indietro, che le rendesse l’uomo che aveva amato. Al contempo comprese quanto priva di senso fosse quella sua preghiera, quanto fosse blasfema.

Una gran luna emerse nel firmamento blu scuro. Le luci iniziarono a spegnersi nelle finestre delle abitazioni.

* * *

Passarono giorni e settimane. Le stagioni si susseguirono una dopo l’altra e né Jakub, né Małgorzata riuscirono a ritrovare la serenità interiore. Si evitarono a vicenda, e poi, dopo un anno, forse un anno e mezzo, si persero di vista definitivamente…

* * *

Małgorzata era da sola. Il marito era partito con i bambini per qualche giorno. Con molta difficoltà era riuscita ad averla vinta e a non andare con loro a trovare i suoceri, che non sopportava. In maniera reciproca, in fondo.

Era in piedi alla finestra, oltre alla quale l’imbrunire si stava facendo sempre più fitto. Senza pensare a nulla fissava i grossi fiocchi di neve che cadevano senza alcun rumore dal cielo velato dalle nuvole. Li osservava mentre ricoprivano tutto intorno con una coltre sempre più spessa.

Sussultò quando sentì lo squillo acuto del campanello.

“E chi sarà mai, adesso?” – pensò infastidita. – “Forse una delle vicine.”

Senza fretta si diresse verso l’ingresso. Girò la chiave, aprì. Oltre la soglia c’era Jakub.

Spaventata dalla sua presenza lanciò un’occhiata accorta al corridoio e trascinò l’uomo all’interno, infine serrò la porta il più rapidamente possibile.

Poi lo osservò con una certa irritazione:

– Perché non mi hai avvertita che saresti venuto?

– Beh, non potevo. Ma in fondo… in fondo non ce n’era bisogno.

– Ma come no?! Ma come no?!

– No e basta. Sapevo che oggi a quest’ora saresti stata sola.

– Come fai a saperlo? Ci spii, per caso?

Jakub sorrise:

– No, non vi spio. Lo sapevo e basata. Non insistere, non farmi domande. Tutto ciò non ha alcuna importanza. Non sei felice che siamo di nuovo insieme?

– Sono felice, molto felice – rispose Małgorzata, sfiorando al contempo la guancia dell’ospite con le labbra.

Nonostante fosse ormai completamente buio, non accesero la luce…

…E poi rimasero sdraiati l’uno accanto all’altra, in silenzio. Appagati e tranquilli. I loro corpi si toccavano. Non avevano bisogno di nient’altro.

Lentamente i suoni della vita iniziarono a calare e a spegnersi. Rimase solo il tintinnio indistinto di una triste melodia che li raggiungeva da oltre la parete. Alla fine tacque anche quello.

La neve cadeva ancora e ancora. Dei grandi fiocchi soffici calavano giù dal cielo senza alcun rumore. Non turbinavano nemmeno nell’aria. Li osservavano mentre ricoprivano il davanzale al di là della finestra nel bagliore arancione delle lampade al sodio…

– Raccontami qualcosa di te. Dove abiti, come vivi? Dai, dimmi tutto di te – disse Małgorzata.

– A che scopo? Non ti basta che io sia qui accanto a te? Non ti basta che, dopo tutti questi anni, i nostri desideri si siano finalmente realizzati? Che ci apparteniamo l’uno all’altra? Fino in fondo?

– Sì, ma certo, certo che sì. Ma…

– “Ma” cosa?

– Ma vorrei sapere qualcosa di più. Per pura curiosità.

Lui non le rispose e calò di nuovo il silenzio.

– Ascolta, Kuba… – Małgorzata non voleva darla per vinta.

– Chiedi. Forse ti risponderò, forse no…

– Ascolta, Kuba. Dimmi una cosa, ma sii sincero. Cosa è cambiato nella tua vita, perché ti comporti in maniera completamente diversa rispetto ad allora, anni fa? Non hai più alcun senso di colpa? Non ti tormenta più il tradimento che stai commettendo?

– Non ho tradito nessuno.

– Come no? Sarai mica divorziato o vedovo?

– Né l’una, né l’altra cosa.

– E allora non ti capisco affatto. Sei cambiato davvero così tanto? Ciò che per te anni fa era sbagliato, adesso all’improvviso non lo è più?

– No, quel che penso a riguardo non è cambiato affatto. Piuttosto… piuttosto sono cambiate le circostanze. Adesso è tutto diverso…

– E non ti dà fastidio il fatto che io tradisco mio marito?

– No, questo non mi dà fastidio. È un problema tuo, non mio. In fondo… In fondo, non si può tradire qualcuno che non si è mai amato.

– Sei un cinico.

– Forse.

Lo abbracciò. E di nuovo, per molto, molto tempo, tutto il resto smise di esistere. Smise di esistere persino il tempo…

E la neve cadeva ancora e ancora, calando dal cielo senza alcun rumore.

Rimasero sdraiati a riposarsi l’uno accanto all’altra, questa volta ascoltando dei fruscii indefiniti che giungevano alle loro orecchie da chissà dove. Il lampione, che si trovava in strada quasi esattamente di fronte alla finestra, e la cui luce dipanava il buio che regnava nella stanza, sfarfallò all’improvviso e si spense.

Si ritrovarono avvolti da un’oscurità appiccicosa, quasi palpabile.

Małgorzata si sentì a disagio. Non che avesse paura del buio, ma per nulla al mondo avrebbe voluto restare da sola in quel momento. Aveva bisogno di un’altra persona. Aveva bisogno di provare un certo senso di sicurezza, di avere la certezza che qualcuno sarebbe stato lì per proteggerla nel momento del bisogno.

– Mi dispiace, Małgosia, il tempo a mia disposizione sta per finire. Fra poco dovrò andare…

– No! Kuba! Resta, ti prego! Voglio stare con te. Fino a domattina.

– Io vorrei la stessa cosa, ma non è possibile. Non appartengo del tutto a me stesso…

– Non ti capisco. Hai paura di tua moglie?! Eh?! – esclamò stizzita.

– Te l’ho già detto. Mia moglie non c’entra nulla. Perché continui a mettere in mezzo mia moglie?

Quando richiuse la porta alle sue spalle,Małgorzata sentì un senso di vuoto. Un vuoto terribile, molto strano, che si espandeva da ogni direzione. Non aveva mai provato nulla del genere. Era sé stessa, ma al contempo sentiva di essere isolata dalla realtà materiale che la circondava, era pura coscienza.

* * *

Domenica pomeriggio. L’inizio della primavera lasciava presagire l’arrivo di giornate lunghe e calde. Il sole rallegrava il grigiore delle strade, delle case, degli alberi dalle corone ancora spoglie. Il bagliore dorato nell’aria donava persino agli ultimi rimasugli di neve, sporca e nascosta ancora qua e là, un aspetto diverso, non così triste e rivoltante come quando il cielo era ricoperto da nubi livide e grigie.

Małgorzata camminava da sola. Cercava di evitare i gruppetti di persone che passavano in senso opposto lungo l’ampio marciapiede. Andava avanti tanto per andare avanti. Non sapeva dove e perché. Quell’ira, quel rancore e quel dolore che proviamo quando veniamo traditi da una persona che amiamo si stavano gonfiando dentro di lei e la stavano conducendo chissà dove.

Non aveva più visto Jakub da quella sera d’inverno… All’inizio aveva atteso, si era illusa, aveva avuto fede, ma erano passate settimane e lui non si era fatto vedere ed infine capì che, probabilmente, ormai avrebbe dovuto farne a meno. Farne a meno… a meno che non l’avesse cercato lei stessa…

La collera ebbe la meglio sull’imbarazzo. Sì, ormai era certa che avrebbe dovuto trovare Jakub… che avrebbe dovuto sputargli in faccia.

Il bambino nel suo grembo si agitò bruscamente, come se fosse stato contagiato dall’ansia della madre.

Il bambino… il bambino di Jakub…

Se non fosse stato per quel bambino, probabilmente, si sarebbe messa l’anima in pace. Jakub era venuto chissà da dove, se n’era andato chissà dove. In fin dei conti non era una ragazzina ingenua, sapeva a cosa era andata incontro. Ma ormai loro due erano legati da un vincolo inscindibile, il vincolo di un essere umano a cui avevano donato insieme la vita.

E per quel motivo non avrebbe potuto lasciare Jakub in pace. Avrebbe dovuto cercarlo, anche solo per digli che sarebbe diventato il padre di loro figlio. Da lui non voleva nulla, soltanto che sapesse…

– Prego?! Prego, mi dica?! – una voce femminile acuta e severa la strappò ai propri pensieri.

Małgorzata si destò davanti allo sportello della cassa della stazione.

– Chiedo scusa, ero sovrappensiero.

La donna oltre il vetro scrollò le spalle.

– Allora, per dove lo vuole il biglietto?

* * *

Le ruote di ferro del treno battevano ritmicamente sui binari. Il mondo oltre la finestra si fece grigio, poi venne ricoperto dal buio. Quando Małgorzata scese alla stazione della città in cui una volta aveva conosciuto Jakub, era ormai notte fonda.

Non aveva la minima idea di cosa avrebbe dovuto fare. Per un po’ vagò senza una meta lungo le strade deserte osservando le finestre vuote. Un cane abbaiava di tanto in tanto chissà dove.

Fece ritorno in stazione. Comprò un bicchiere di tè e una confezione di fette biscottate in una bettola sporca, squallida e pervasa dal fetore di cibo scadente, frittura e da altri odori indefiniti e sgradevoli. La notte si trascinava avanti senza fine. Si sforzò di dormire un po’ e forse riuscì nell’intento, poiché quando sollevò lo sguardo dal bicchiere di tè lasciato a metà verso il grande orologio elettrico, le sue lancette nere indicavano le cinque di mattina.

Con le dita stropicciò via dalle palpebre gli ultimi rimasugli di sonno, si sgranchì le ossa doloranti.

“Meglio così” – pensò. – “Meglio se è così presto. Sicuramente non è ancora andato a lavoro.”

Con passo deciso si mosse verso l’uscita.

Nonostante fossero passati molti anni, non aveva dimenticato la strada. Titubò un attimo davanti al portone della scala che portava a casa di Jakub. Avanzò piano, molto piano, come se stesse facendo il conto alla rovescia delle scale, impiegando molto più tempo del dovuto. Ma poi prese coraggio e con un gesto deciso pigiò il campanello, una volta, due, tre.

Quel suono acuto e straziante le vibrò in maniera spiacevole nei timpani. Per qualche tempo non accadde nulla. Poi, dalle profondità dell’appartamento, un rumore di passi giunse alle orecchie di Małgorzata.

La mano di qualcuno fece ruotare la chiave, la serratura scattò due volte e la porta si aprì con un cigolio. Sulla soglia c’era una donna non più molto giovane. Stupita ed evidentemente sorpresa, fissò Małgorzata senza comprendere perché mai quella sconosciuta l’avesse svegliata a quell’ora del mattino.

– Qual è il motivo della sua visita? – chiese sbadigliando.

“Ah, questa sarebbe la mia rivale. Adesso non mi stupisce più che Jakub sia venuto da me per cambiare un po’. Che donnaccia odiosa. Che strega” – pensò Małgorzata mentre lanciava alla donna un’occhiata piena di odio, anche se, volendo essere obiettivi, sarebbe stata l’altra donna a dover odiare Małgorzata, se solo avesse saputo quel che la legava a Jakub.

– La sto ascoltando! Cosa vuole? Chi è lei e cosa vuole a quest’ora del mattino?

– Cosa voglio? Cosa le frega?! – rispose Małgorzata in maniera scortese e ad alta voce. – Mi dica solo se c’è Jakub. Devo vederlo assolutamente in questo momento!

– Chi?!

La donna, chiaramente sbalordita e sorpresa, sbatté le palpebre.

– Credo di essermi espressa in maniera chiara! Mi chiami Jakub, per favore!

– Temo sia impossibile.

– Non vuole chiamarlo?! – sbottò Małgorzata infuriata mentre la rabbia le ribolliva dentro sempre più forte e si trasformava pian piano in una furia selvaggia e imprevedibile – Non vuole chiamarlo?! E allora lo cerco da sola!

Spinse via l’altra donna e si precipitò nell’appartamento. Ma, una volta dentro, esitò un attimo, poiché non sapeva più quale porta avrebbe dovuto aprire.

– Faccia pure! – alle sue spalle le giunse la voce della padrona di casa. – Qui dentro non troverà nessuno, tranne me.

Małgorzata si voltò verso di lei:

– E Jakub? Dov’è Jakub? Devo vederlo!

La donna scosse il capo.

– Jakub è morto – sospese la voce per un attimo – …a novembre saranno passati dieci anni dalla sua morte.

Małgorzata si sentì frastornata.

– Eh?… Come?… Cosa?… – balbettò.

– Glielo ripeto… a novembre…

Ma Małgorzata non le prestava più attenzione. Piombò in fretta e furia fuori dall’appartamento. Correva lungo le strade, dritta davanti a sé. Rallentò solo quando il cancello del parco baluginò davanti ai suoi occhi.

Si sedette su una panchina, la stessa panchina sulla quale, anni prima, era stata seduta con Jakub. Tentò di raccogliere i pensieri.

“Oddio, è un incubo!”

Il bambino nel suo grembo sgambettò bruscamente. Quel gesto la riportò alla realtà. Alzò il capo. In lontananza, sullo sfondo dei tassi della siepe, scorse il contorno di una figura umana. Balzò in piedi.

– Jakub! Kuba! – gridò, ma non ebbe risposta. Davanti alla parete verde scuro non c’era nessuno… Non sapeva più cosa fosse reale e cosa un’allucinazione. Il bambino dentro di lei si mosse di nuovo. Reale in tutto e per tutto…

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